Sunday, August 28, 2016

Il povero Bill

Once upon a time, in a far country a young boy, who loved to dream used to live. He was named John (or Bill for his family), and he was a dreamer: each time he passed by a window with a nice sight, he could not resist spending hours looking outside. So, all his friends used to call him "Windows".

A sad day, John was taken by a horribly aggressive disease and in few days he died.

At his funeral Philip, the oldest of his friends, wanted to give a nice speech to remember him, and he started by saying:

"Let me spend some Word for Windows". All people who owned a personal computer took a note that for that day Philip would have made a gift to them of a word processor, in memory of their friend Bill.

Saturday, August 13, 2016

L'elfo Etro



Etro fu un elfo che visse nel villaggio di Gastros ancor prima che i Celti abitassero il nord dell'Inghilterra. Egli era perdutamente innamorato... di una montagna. Passava a osservarne il soave profilo dal sorgere del sole fin quando le prime stelle nascondevano ai suoi occhi di piccolo uomo con le orecchie a punta la vista della sua amata,

Etro era piccolo, terribilmentte piccolo; il suo dramma era che qualunque cosa avesse fatto, non avrebbe potuto farsi notare dalla sua amata, che era così tanto più grande di lui. Ma ella era ormai più importante della vita stessa, per cui Etro decise infine di metttere in atto un disperato piano che lo avrebbe portato al successo o alla morte. Egli decise di mangiare tutto il cibo che poteva, per diventare grande come una montagna e poter infine chiedere la mano della sua amata.

Etro mangiò per nove giorni e nove notti, ininterrottamente, cercando di tenere tutto il cibo e tutto ciò che beveva dentro di sé, nel disperato tentativo di eguagliare in misura il formidabile oggetto della sua venerazione. Mangiò tutto il pane del villaggio di Gastros, mangiò tutta la carne e tutto il pesce, mangiò tutta la verdura e bevve tutto il vino che c'era; questo (il vino) gli diede la forza di bere anche tutta l'acqua che potè dal torrente che bagnava Gastros, e infine egli mangiò tutte le riserve di frutta che poté racimolare. 

Ma al decimo giorno gli spasmi della pelle del ventredi Etro, tirato all'inverosimile dalla pienezza, si fecero davvero insopportabili ed Etro pensò di morire così; ma non era quello il suo destino. Mentre, con le lacrime di agli occhi, guardava la sua amata in un tramonto che sapeva di addio, Etro volle tributarle un saluto che rendesse onore al suo supremo sentimento. Invece di parole, egli sparò un rutto poderoso nella direzione della sua amata, ma un rutto così forte che in tutti i villaggi della regione si temette un terremoto.

La montagna alfine lo notò, e fu subito pazza d'amore per lui. Eccitata, desiderò giacere con il suo impavido amante e quindi si spogliò dinnanzi a lui, scoprendo impetuosa i suoi fianchi arborei e lasciando scivolare il suo velo bianco di neve in un'immensa slavina, che investì Etro e lo congelò all'istantte, unendolo così eternamente alla sua adorata. 

Da allora nell'antico borgo di Gastros, dove Etro fu visto vivo l'ultima volta si narra di come Etro non riuscì a possedere la sua montagna, ma ne fu felicemente posseduto", e si augura la benedizione di un amore eterno a ogni uomo che sappia esprimere il proprio appagamento con un sincero rutto.

Sunday, September 20, 2015

Il cappello col tacco

C'era una volta, tanto tanto tempo nel futuro, un Paese felice, ma tanto felice. Un paese così felice che qualcuno, annoiato, a volte cercava qualche sorgente d'infelicità, solamente per ricordare come fosse essere infelici, prima che il professor Sasso rivoluzionasse l'esistenza di tutti i felici abitanti di quel paese. Il professor Sasso in realtà era stato un dono celeste per quel Paese, perché - dopo i suoi celeberrimi studi di astrofisica - s'era dedicato a ogni tipo di invenzione, facendo leva sulla tecnologia più innovativa per risolvere, uno per uno, tutti i problemi dell'esistenza dei suoi connazionali, rendendoli in breve tempo un popolo appunto assolutamente e completamente felice.

Il professor Sasso era ad esempio l'inventore dell'ispettore genetico-intenzionale. Si trattava di nanomeccanismo che veniva installato, tramite apparecchiature chirurgiche, inventate - manco a dirlo - dal professor Sasso, nel cervello di tutti i neonati o delle persone che comunque avevano accesso a quel paese felice, che semplicemente preveniva il crimine. Infatti nel paese del professor Sasso non esiteva la polizia. Quando un potenziale criminale aveva la semplice idea di commettere un crimine, l'apparecchio lo avvisava ed egli si recava spontaneamente alla più vicina prigione, dove si presentava e spiegava il suo potenziale problema al computer di gestione della prigione. Si chiudeva quindi nella cella assegnatagli per il tempo necessario per discutere con medici e educatori come risolvere il problema che lo avrebbe eventualmente afflitto e solamente quando l'istinto o l'intenzione criminale era completamente fugato dalla sua mente, decideva autonomamente di rimettersi in libertà per continuare la sua esistenza felice, in armonia con tutti i suoi concittadini.

Anche la maggior parte degli incidenti d'auto erano stati prevenuti, impiegando una vecchia idea, l'auto senza guidatore, che il professor Sasso aveva messo a punto in maniera da armonizzarla così bene con il resto della circolazione (pedonale, vecchie tecnologie, etc.), che ormai gli unici incidenti che si verificavano erano dei test programmati per controllare l'efficienza del servizio di soccorso sanitario.

E anche nella sanità, tutto era stato rivoluzionato dal professor Sasso: tutte le operazioni chirurgiche venivano compiute da automi, che emulavano e miglioravano le migliori doti dei più bravi chirurghi del passato, così che quando qualcuno (raramente, invero, perché tutte le malattie, da quelle genetiche a quelle epidemiologiche, erano state debellate dagli studi medici sotto la guida dell'instancabile professor Sasso) aveva bisogno di cure avanzate, non doveva preoccuparsi di trovare il medico giusto in quanto tutti i miglori medici del passato e la loro esperienza, corroborata da studi avanzatissimi, erano al suo servizio. Come conseguenza la vita media degli abitanti di quel felice paese s'era allungata di circa 20 anni in più rispetto agli altri paesi e la qualità di vita era migliorata in maniera indescrivibile.

Il professor Sasso aveva anche garantito al suo Paese un progresso tecnologico, sociale e - perché no? - economico a prescindere dalle sue conoscenze personali, rivoluzionando il sistema di istruzione. Ogni scolaro del Paese aveva la sua scuola personalizzata, che frequentava nei giorni che voleva e seguendo il programma che desiderava. Il programma non veniva definito a priori per tutti, ma era una conseguenza della curiosità di ogni singolo scolaro; si cominciava con una semplice domanda, che i potenti computer del servizio di istruzione pubblica ponevano con linguaggio semplice ai bimbi appena in età di parlare.. "cosa vorresti fare da grande"? E inizialmente soprattutto i programmi di astronautica per i maschietti e quelli di dipolomazia reale per le femminucce avevano registrato un leggero sbilanciamento di iscritti, ma - come previsto dal professor Sasso - ciò era solamente una conseguenza di stereotipi antichi ancora codificati nella società, che presto vennero ripuliti dalla fantasia e dalla ispirazione dei bimbi, che - alimentati da una sanissima soddisfazione di trasformare in conoscenza tutti i loro giochi - crescevano imparando ad una velocità incommensurabilmente maggiore rispetto al passato e distribuendosi naturalmente sulle varie professioni e anzi anticipando i fabbisogni futuri, perché, come anticipato dal professor Sasso, i bimbi erano i migliori predittori del futuro e i loro orientamenti di studio andavano agevolati e incentivati da subito.

Una mattina, però - nonostante la vita sanissima che conduceva e le cure mediche con cui rimediava ai rari acciacchi della vecchiaia - alla veneranda età di 136 anni, il professor Sasso non si svegliò e rimase placido disteso sul suo letto, con un sorriso soddisfatto sulla bocca, ma immobile, in attesa che il suo automa di servizio propagasse la notizia al servizio informativo nazionale che l'esimio professor Sasso aveva cessato d'essere quel simpatico vecchietto dagli occhi vispi, la bianca capigliatura perennemente spettinata e i grassi baffoni per diventare, come previsto, un mito da ricordare e celebrare con devozione. Il Paese ovviamente fu attraversato da un sentimento luttuoso, nonostante il professor Sasso in persona avesse tenuto varie conferenze alle facoltà di Filosofia (scienza che lui amava sopra ogni altra e che sempre aveva chiamato "scienza" senza paura che alcun altro sedicente scienzato potesse mettere in discussione la sua parola, data la sua preparazione ineguagliabile in tutto lo scibile umano), spiegando come, nella sua visione della vita, si potesse facilmente eternare la propria esistenza facendo in modo che anche dopo l'esistenza in vita, il maggior numero possibile di persone ci amasse per il Bene che avevamo lasciato loro. Beh, il professor Sasso aveva lasciato tante cose belle, tante opere che non sembravano voler tramontare così presto, tanti uomini e donne felici, tanti problemi risolti che ricordavano a tutti i suoi concittadini ogni giorno che - anche se lontano - il professor Sasso rimaneva con loro e poteva essere l'oggetto del loro Amore. Grande fu la commozione, quando più o meno a tre quarti della cerimonia di commemorazione che venne trasmessa da tutte le televisioni del Paese e che raccolse quasi metà della popolazione nazionale nella capitale, il Presidente della casta dei Notai, aperse il testamento del professor Sasso. Il testamento era molto semplice, ed era custodito in una scatola quadrata, grande poco più di una scatola da scarpe. Diceva: 
Al mio popolo, che ho tanto amato, lascio questo dono, l'unico che ancora non ero riuscito a darVi, quello che Vi renderà del tutto completi. Fatene buon uso e sarete così felici da non sentire più di tanto la mia mancanza.
Massima fu la curiosità di tutti per il contenuto della scatola misteriosa. Il primo Notaio nazionale, dopo un cenno di approvazione del Maestro cerimoniere dei Funerali Solenni Nazionali, rimosse il panno di raso sul quale poggiava il testamento e che copriva ancora il contenuto della scatola, estrasse con attenzione un oggetto che lasciò tutti senza fiato e senza parole per lunghi secondi. Si trattava, per quanto difficile ammetterlo, sì.. si trattava proprio di.. un cappello... un cappello col tacco.. il tacco pareva appartenere a una calzatura da donna, mentre il cappello stesso.. beh, non si capiva se fosse da uomo o da donna.. ma il dubbio principale che avvinghiò le menti di tutti fu - sin dall'inizio - che cos'è questo dono? A che serve mai?

Schiaparelli shoe hat, black heel version. Winter 1937-1938. Metromolitan Museum of Art. by maricela

Il notaio stesso, cedendo puerilmente tutta la sua dignità, girò più volte il cappello tra le mani e poggiatolo sul tavolo accanto alla scatola si mise a rovistare nella scatola stessa per cercare un segno, una spiegazione, un aiuto.. e fallì: nella scatola c'era solo quello strano cappello!

Nei giorni successivi il cappello fu messo in una teca dell'ingresso del Museo della Scienza e della Tecnica, con una targa commemorativa, ma mentre all'osservazione superficiale poteva apparire che tutti fossero soddisfatti che il regalo del professor Sasso non fosse molto più che un'opera d'arte, da esporre e basta, il complesso organizzativo del Paese lavorava febbrilmente a chiarire il mistero che aveva tolto la tranquillità a molti. A che serviva l'unico dono che il professor Sasso non era ancora riuscito a regalare loro fino a quel momento? L'enfasi che il professor Sasso aveva dato a quel dono sottolineava l'importanza cruciale di scoprire, e nel più breve tempo possibile, a cosa servisse quel curioso oggetto. 

Così, mentre la mattina il cappello stava nella teca, la sera - in gran riserbo - alla chiusura del Museo della Scienza, studiosi di tutte le branche della scienza si avvicendavano nelle aule sotterranee, e lavoravano indefessamente sull'investigazione. Non venivano diffuse notizie sul progresso della ricerca, perché com'è ovvio le notizie parziali avrebbero alimentato ancora di più il senso di smarrimento del Paese tutto, e non si vedeva perché turbare la tranquillità di quel Paese fino ad allora felice, con dubbi privi di sbocco. Ma certamente il Governo centrale teneva occhi e orecchie ben aperti verso chiunque o qualunque cosa potesse spiegare il mistero. E ne vennero fuori di ipotesi!

Un giocoliere una notte si presentò dinnanzi alla commissione e disse: "Io ritengo che il professor Sasso abbia scoperto che il Limite della razza umana consiste nella insufficiente irrorazione di sangue al cervello, cosa che ha causato l'ipertrofia delle gambe a scapito del cervello, e questo limita le potenzialità di sviluppo del nostro Paese nella scienza e nella tecnica; è quindi ovvio che nel futuro noi cammineremo sulla testa e non sulle gambe, e le gambe anzi serviranno - dopo aver sviluppato dita prensili - come braccia aggiuntive che ci aiuteranno a costruire macchine ancor più sofisticate. Tutto quello che dobbiamo fare è imparare a camminare sulla testa, come questo cappello evidentemente aiuta a fare". Detto questo, con permesso, indossò il cappello e iniziò effettivamente a camminare zompettando sulla testa. Purtroppo dopo alcuni.. passi(?) prese una storta clamorosa al collo (non era abituato a camminare su un cappello col tacco da donna, forse), e dovette essere trasportato al più vicino ospedale, per fortuna senza gravi conseguenze. La riunione di saggi che ne seguì stabilì che quella non poteva essere una strada promettente, perché l'indole buona del professor Sasso non avrebbe mai creato qualcosa di pericoloso (o almeno avrebbe spiegato che si trattava di un cappello da donna giocoliera e non da uomo giocoliere!); e poi, per poter zompettare sulla testa il giocoliere doveva agitare braccia e gambe contemporaneamente, cosa che non liberava affatto gli arti (ora) superiori, anzi, li rendeva tutti ancor più asserviti alla funzione locomotoria.. non poteva essere la spiegazione!

Fu poi la volta di Bombone Sparone Pestafracassone ottavo, discendente di una famiglia di ufficiali dell'esercito di un Paese vicino (il Paese del professor Sasso non aveva l'esercito da ventenni, ormai). Egli si presentò affermando che il cappello era in realtà un arma formidabile, perché - nell'evento di un ritorno al passato a causa di una guerra termo-nucleare globale e consequente distruzione della vita evoluta sul Pianeta - i popoli che si odiavano (che secondo lui ci sarebbero sempre stati) si sarebbero combattuti a capocciate, e quindi chiunque avesse la possibilità di sferrare un calcio contemporaneamente ad una testata al nemico sarebbe stato di certo superiore. Questa singolare teoria era condita da un'improbabile "prova", consistente nel fatto che di certo il professor Sasso non avrebbe mai accettato che la Difesa nazionale dovesse contare sulla preservazione della tecnologia attuale, concentrandosi quindi su un'arma che - nella sua semplicità - fosse adeguata ad una situazione globale profondamente regredita. Quella era la chiave di lettura della scarpa col tacco. Inutile dire che Bombone Sparone Pestafracassone ottavo fu congedato con formali ringraziamenti e con la promessa che - se la commissione avesse confermato le sue teorie - lui sarebbe stato il primo a saperlo e avrebbe goduto della eterna riconoscenza del Paese e di un titolo preferenziale ad un'alleanza bellica per poter usare congiuntamente il cappello col tacco contro nemici comuni. Ma - appena videro la sua auto allontanarsi dal Museo della Scienza - tutti si lasciarono andare ad una fragoros risata che secondo alcuni durò quasi un quarto d'ora. Poi, rallegrati oltremodo da quella liberatoria seduta, si congedarono per ricominciare seriamente il lavoro la successiva notte.

Fu quindi la volta di una coppia di scienziati: un neurochirurco e un biogenetico. Questi avevano messo a punto una teoria davvero interessante: "La scarpa altro non è che una provocazione scientifica dell'evoluzione umana: il professor Sasso era la dimostrazione vivente del massimo dell'evoluzione che l'essere umano è in grado di raggiungere con la dotazione biogenetica attuale. Ma come sarebbe se l'Uomo fosse dotato non d'una ma di due teste?" (qualcuno ebbe un sussulto e un mezzo conato di vomito, ma lo scienziato continuò, supportato dal sorriso compiaciuto del collega che annuiva vistosamente); "inutile chiarire che la capacità elaborativa e di memorizzazione dei nostri due cervelli, in perfetta comunicazione tra loro, darebbe un vantaggio più che proporzionale alla razza umana.. immaginate un professor Sasso con più del doppio delle sue epocali capacità cognitive. Ma nei nostri studi, abbiamo anche ravvisato dei problemi in tale idea, e qui chiedo al mio collega neurochirurgo di approfondire", il secondo scienziato prese la parola asserendo: "il corpo umano non è attualmente pronto a affrontare la sfida del doppio cervello: le infrequenti, tuttavia non ignorabili liti che sconvolgono due fratelli o due coniugi, che in fin dei conti possiamo considerare prodromi del nostro modello, e cioè due cervelli, due menti complete che vivono in completa simbiosi, ci fanno capire come una dialettica interna tra due teste addirittura appartenenti allo stesso corpo potrebbe avere risultati indesiderati di portata notevole, al punto estremo di instaurare lotte intestine che - in quanto parliamo di un unico organismo con lo stesso apparato respiratorio, digestivo, circolatorio etc.  - non sono effettivamente risolvibili con una mera separazione"... E allora? chiesero tutti. "E allora - riprese il primo scienziato - qui abbiamo l'esempio più fulgido della capacità di guardare al futuro dell'esimio e compianto professor Sasso" (il secondo scienziato asciugò una lacrima). "Egli ha intuito questo progresso della Razza umana, che ovviamente avverrà in migliaia di anni, ma ha anche creato questo prodigioso ordigno che - utilizzato con una certa regolarità - insegnerà ai nostri giovani che la testa è una, oggi, ma la presenza di un tacco, richiamo evidente al piede, anzi ai piedi (ché essi due sono ed è giusto che lo siano!), farà scintillare la consapevolezza che in futuro l' Uomo avrà due teste! Forse aiutato in questo anche dalla biogenetica. Ma è di cruciale importanza che cominciamo da oggi a congedare l'idea dell'unicità della testa nel corpo umano. Che tutti i giovani del Paese abbiano un cappello col tacco come quello che vediamo qui, e lo indossino per almeno otto ore al giorno: questo preparerà il nostro Paese all'avvento nell' homus bicefalous, che per superiorità genetica, è destinato a dominare l'intero firmamento".

La farò breve: non convinse!

E i giorni erano passati, sfibranti. E poi le settimane, e poi i mesi. Nella commissione di ricerca s'erano avvicendate tante persone di indubbia capacità e credibilità; avevano fruito della collaborazione di personaggi - più o meno famosi - provenienti da tutto il mondo. Ma di risultati tangibili neanche l'ombra. Si rivelò anzi molto saggia la pantomima della teca al Museo Nazionale della Scienza: il fatto che di giorno il cappello col tacco era esposto come un'opera d'arte aveva di fatto salvato il Paese dal pubblico internazionale ludibrio all'idea che il Paese stesso non sapesse cosa aspettarsi dal cappello.. almeno così una penosa bugia era disponibile: stava bene nella teca e invitava tutti a riflettere. Penosa bugia, il malessere al vertice era altissimo.

Ad aprile dell'anno successivo a quello della morte del professor Sasso, uno dei computer del Centro Nazionale di Ricerca fece una scansione delle notizie del precedente anno, per determinare se il mistero del cappello col tacco fosse stato finalmente svelato, e quando l'algoritmo del computer determinò che - no - nessuno ci aveva capito ancora nulla, preparò un messaggio di posta elettronica che fu inviato al Primo ministro. Il messaggio era il seguente:

Da: Computer istruito dal professor Sasso
A: Primo ministro
Oggetto: cappello col tacco
Avete chiesto a Kausila di Doti? 

Chiaramente pochi minuti dopo che il Museo Nazionale della Scienza aveva chiuso, quel giorno, iniziò la riunione straordinaria con i maggiori esperti sulla vita e le creazioni del professor Sasso. Il Primo ministro in persona aprì la riunione, chiedendo al suo segretario speciale di rivelare quello che aveva potuto trovare nelle poche ore a disposizione. Eglì informò gli altri: "Esistono molti Doti nel mondo, ma il nome 'Kausila' sembra di origine nepalese, quindi il Doti più promettente per le nostre investigazioni dovrebbe essere un piccolo villaggio nell'omonimo distretto del Nepal, nella zona più a ovest del Paese. Anche sul nome Kausila non sappiamo molto, se non che è tipicamente un nome femminile, che significa più o meno 'un angelo capace di un amore innocente e infinito, che dà senso alla vita stessa' ". 
"Beh, pare promettente", commentò il primo ministro, e si udì ridacchiare sommessamente nell'aula.
Il segretario speciale riprese: "in realtà data l'esiguità della popolazione del villaggio potrebbe aver senso restringere le nostre ricerche proprio a questo unico indizio: il nome di questa donna.. tutto quello che sappiamo è che la donna doveva esistere in vita non più tardi dell'anno scorso, e risiedere in quel villaggio (altrimenti il professor Sasso non ne avrebbe potuto parlare nel suo messaggio a tempo), ma potrebbe essere sufficiente, in un villaggio di poche anime, per trovare la persona giusta. Mi sono permesso di inviare una squadra diplomatica con l'incarico di individuare la famiglia di Kausila e invirarla per una breve vacanza premio nel nostro paese, nel caso dovessero riuscire. Ovviamente siamo in tempo per fermarli, ma se non dovessero venir fuori idee migliori durante questa riunione, propongo di lasciare che compiano la loro missione".

E così fecero. Kausila era una bimba di undici anni. Non era originaria del Nepal: era stata condotta lì dal professor Sasso, per salvarla da una sanguinosa guerra che era scoppiata nel suo paese d'origine quando lei era moto più piccola; nella guerra i suoi veri genitori erano rimasti uccisi e lei non aveva più nessuno; la bimba non parlava: non si sapeva neanche quale fosse il suo nome. Il professor Sasso l'aveva condotta dal suo paese al Nepal, e le aveva trovato una nuova famiglia, una coppia non troppo giovane, che non aveva potuto aver figli, ma che ne desiderava tanto uno, da accogliere la bimba come se fosse un dono celeste; forse il nome che le avevano dato era stato scelto per quello. La bimba aveva degli occhi grandi grandi e profondi, che mettevano in difficoltà a fissarli.


I nuovi genitori di Kausila avevano accettato volentieri l'invito dell'ambasciatore, anche se il viaggio era molto lungo. Sicuramente avevano giocato un ruolo i doni che l'ambasciatore aveva portato per la bimba e per loro stessi, sicuramente la prospettiva di passare una breve vacanza e di vedere un posto nuovo e fantastico come il Paese del professor Sasso aveva la sua importanza. Ma più di tutto li aveva convinti a lasciare la loro casa e i loro piccoli campi la domanda d'aiuto che riguardava il professor Sasso, che ricordavano come un vecchietto coraggioso e estremamente saggio, un vecchietto che aveva ridato una vita alla sfortunata bimba, che col tempo aveva ricominciato a parlare, anche se non ricordava nulla del suo paese d'origine, un vecchietto che aveva cambiato radicalmente, e in meglio, la stessa vita dei due coniugi, che tanto desideravano un figlio.

I primi tre giorni di Kausila e dei suoi genitori nel paese del professore furono una spensierata vacanza: l'ambasciatore e la sua assistente, Bianca, li portarono in giro a vedere cose che non immaginavano neppure: treni velocissimi, panorami inusuali, pranzi e cene che non avrebbero immaginato esser possibili, spettacoli teatrali, mostre di pittura e scultura. Kausila e la sua famiglia divennero amici dell'ambasciatore e di Bianca. Il fatto che parlassero due lingue diverse non era stato un problema, fin dall'inizio, grazie ai traduttori simultanei che indossavano: ognuno parlava la propria lingua, ma gli altri ascoltavano la traduzione simultanea, che imitava il timbro vocale e formulava una perfetta intonazione nella lingua di chi ascoltava (queste ultime caratteristiche erano le principali innovazioni introdotte su una precedente tecnologia, guarda caso dal vulcanico professor Sasso). Era proprio come conoscersi da sempre. 

Il quarto giorno l'ambasciatore e Bianca portarono Kausila e la famiglia al Museo Nazionale della Scienza, dove ovviamente videro anche il cappello col tacco, ma passarono una spensierata giornata, incuriosite dalle mille attrazioni del museo. Quando venne l'orario di chiusura, furono invitati a restare per una festa in loro onore, che in realtà era una riunione con la commissione per il cappello col tacco, come ormai gli addetti ai lavori la chiamavano familiarmente.

"Kausila, vogliamo ringraziare te e la tua famiglia per aver accettato di venire nel nostro paese, sappiamo che è stato un viaggio lungo e speriamo che sia stato una bella esperienza per te e per i tuoi genitori". era Bianca che parlava. "Ora vorremmo che tu parlassi con noi delle tue sensazioni riguardo al cappello col tacco, che vedi qui, al centro del tavolo, e qualsiasi altra cosa possa venirti in mente sul nostro compianto professor Sasso".
Kausila rimaneva in silenzio. C'era tanta gente. Bianca cercò di metterla a suo agio, facendole l'occhiolino.
"Non è strano che uno scienziato tanto in gamba e famoso lasci un regalo così al suo paese?"
Kausila continuava a non parlare. I genitori, per nulla imbarazzati, sorridevano e aspettavano. Il segretario speciale prese la parola e si rivolse a Kausila: 
"Kausila, il professor Sasso si ricordava di te; aveva previsto che non saremmo riusciti a capire a cosa serve il cappello col tacco e ci ha suggerito di chiederlo a te; non ti dice niente questo?"
La bimba guardava ora il segretario speciale dritto negli occhi, come a rimbalzare la domanda. Non riusciva proprio a capire perché il professor Sasso si aspettasse che lei risolvesse un rebus che era rimasto irrisolto per un anno intero. 
Anche il primo ministro volle provare:
"Kausila, lo so che ci sono molte persone in questa stanza che tu non conosci, ma abbiamo tutti qualcosa in comune con te e con la tua famiglia: conoscevamo il professor Sasso. Lui ha cercato di darci qualcosa, ma noi non sappiamo come farne buon uso. E' come se lui avesse bisogno del tuo aiuto per farci capire, ti prego: fai finta che sia lui stesso in persona a chiederti di aiutarlo"...
"oh.. ancora la domanda su chi ha bisogno di chi?" mormorò Kausila.
"che cosa ha detto?" chiese il segretario speciale all'uomo che sedeva a fianco a lui
Bianca cercò di metterla più a suo agio, anche se lei non sembrava affatto in difficoltà:
"Kausila, puoi spiegarci che intendi con 'chi ha bisogno di chi'?"
"E' una cosa che ricordo solo ora, di quando siamo scappati dal paese che bruciava. Io non riuscivo a dire nulla: non usciva nulla dalla mia bocca, ma il professore sembrava capire quello che dicevo solo guardandomi negli occhi. Avevo paura, volevo che finisse subito; lui mi guardò e mi disse che non ero io ad aver bisogno di aiuto, ma era lui che avrebbe avuto bisogno di me, prima o poi. Da quel momento smisi di piangere.."
Tutti avevano assunto un'espressione seria quando Kausila aveva riferito del paese che bruciava; non riuscivano a contemplare con interezza il dolore che quella bimba poteva aver provato, ma la sola idea li feriva come se in qualche modo fosse successo anche a loro. Solo Bianca abbozzò un sorriso:
"Ora puoi farlo Kausila, ora puoi aiutarlo: il professor Sasso ha bisogno di te. Noi abbiamo bisogno di te!"
Kausila fissò Bianca con quegli occhi grandi: "io non posso aiutarvi, il professor Sasso è morto e dalla morte non si torna indietro. Voi non siete infelici: avete tutto quello che vi serve, e anche tante cose in più che tanti non sanno neanche che esistono; io vorrei tornare a casa insieme alla mia famiglia."
Bianca continuò a sostenere lo sguardo di Kausila, e non si girò a cercare l'approvazione del Primo ministro o di nessun altro, prima di rispondere:
"Hai ragione, Kausila: domani stesso potrai tornare a casa con i tuoi genitori, scusaci se ti abbiamo tenuta lontana da casa più di quanto avresti voluto, ma speravamo veramente che potessi aiutarci riguardo al cappello col..."
"E' buffo!" la interruppe Kausila.
"Cosa?!.."
"Il cappello col tacco.. è buffo. Anche il professore era buffo, ogni tanto. Lui avrebbe saputo portarlo bene quel cappello".
"Dici che gli sarebbe piaciuto?"
"Oh, lo credo bene.. " Kausila ora sorrideva ed era un oceano di bellezza vederla sorridere "lo ha fatto lui, no?"
"Già.. che sciocca" ammise Bianca "lo ha fatto lui... infatti solo lui sa a cosa serve."
"Credo di saperlo anche io..."
"Si?.." Bianca aveva inclinato la testa a sinistra incuriosita dalla novità; "ti dispiacerebbe dircelo?"
"Posso averlo?" chiese Kausila. La teca fu aperta e Bianca prese il cappello e lo porse alla bimba, che lo portò al capo e lo indossò.
"Ecco."
A cominciare dai genitori di Kausila tutti iniziarono a guardarsi gli uni gli altri, forse aspettandosi che succedesse qualcosa di strano nella stanza; anche Bianca scorse con gli occhi la larga panoramica, ma a parte lo sfoggio di ottusità generale non succedeva proprio nulla. Furono ora gli occhi sgranati di Bianca a parlare a quelli di Kausila.
"Non serve a niente, ecco." spiegò Kausila.
"A niente?" esclamò tra gli altri il primo ministro "non può essere!" Bianca lo guardò in tralice, ma Kausila gli rispose direttamente:
"E perché no? Voi cercate di capire a che cosa serve da un anno.. avete trovato qualche spiegazione migliore di 'a niente' ?"
"No, ma.." balbettò il primo ministro, subito interrotto dalla bimba.
"Perché cercate qualcosa che non c'è? Non potreste passare il tempo a cercare qualcosa che c'è?"

Tuesday, September 15, 2015

Biancaneve

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, viveva una famiglia felice, con un papà re e una mamma buona. Nella famiglia c'era anche una bimba, dalla pelle bianca come la neve, che per questo motivo portava il nome di Biancaneve. Purtroppo, quando Biancaneve non aveva ancora cinque anni, la mamma morì di una brutta malattia, e il papà si risposò con una bellissima donna, che però rivelò d'avere una pessima influenza sul papà ed essere un pericolo, invece che un rifugio, per la piccola Biancaneve. La nuova regina era invidiosa della bellezza, sempre più prominente, della ragazzina, e presto escogitò un piano terribile per farla uccidere.

Ma il guardiacaccia, cui era stato assegnato l'ingrato compito, tenne fede più ai suoi princìpi che alla regina malvagia, e liberò la piccola Biancaneve nel bosco piuttosto che ucciderla. Biancaneve si rifugiò nella casa dei sette nani, e lì visse relativamente tranquilla finché un brutto giorno la regina cattiva, attraverso lo specchio magico, che le parlava dicendole come stavano veramente i fatti, scoprì che Biancaneve era ancora viva. La regina, dedita alla stregoneria, si mascherò da vecchia mendicante e andò a completare da sola il compito che nessun servitore avrebbe mai avuto il coraggio di portare a termine: uccidere Biancaneve, somministrandole una mela avvelenata.

A nulla valsero le raccomandazioni alla prudenza dei sette nani: Biancaneve non poteva sospettare di quella graziosa e gentile vecchina, quindi morse la mela e ne rimase avvelenata. I sette nani caddero in un luttuoso sentimento di disperazione e costruirono per lei una bara trasparente affinché tutti potessero lenire il dolore per la perdita di Biancaneve, ricordando almeno la sua bellezza. Ma un giorno passò nei pressi della tomba di Biancaneve un principe: il principe azzurro. Non aveva mai visto tanta bellezza in alcun essere vivente e ne rimase rapito. Ordinò ai suoi servi di aprire la bara, nonostante i dubbi e le riluttanze dei sette nani, e non resistette alla tentazione di posare un tenero bacio sulle labbra di quella creatura tanto bella.

Stupore e incredulità! Biancaneve sbattè gli occhi come se non fosse stata morta fino a quell'istante, ma solo assopita in un profondo sonno. L'incantesimo di cui tutti ignoravano l'esistenza era stato rotto e la bella Biancaneve era di nuovo in vita: qualcuno pianse di felicità, tutti giubilarono come per un dono inaspetttato, mentre il principe continuava a guardare quella creatura meravigliosa, che ora gli doveva anche la vita stessa, dato che era evidente che il bacio del principe azzurro era la chiave di volta per la fine dell'incantesimo maledetto.


"Oh, Biancaneve, sei bellissima.."
"Grazie, mio salvatore, ti devo la mia stessa vita, te ne sarò per sempre grata. Hai un nome, così che io possa chiamarlo e dichiarare la mia eterna riconoscenza?"
"Un nome.. oh bella.. tutti mi chiamano Principe azzurro, è così che si rivolgono a me, ma di un nome non ricordo d'aver mai udito", rispose il principe sorpreso.
"Daccordo, principe azzurro, allora è così che ti chiamerò, e forse dovrò imparare a chiamarti re azzurro, se un giorno tu erediterai il trono di tuo padre e se avrai la bontà di soddisfare il mio desiderio di essere la tua sposa.."
"Biancaneve - esclamò il principe azzurro sorpreso, ma con un tono tale che non potesse essere sentito dalla folla acclamante attorno al sepolcro aperto - tu già mi sorprendi per la terza volta quest'oggi: sei risorta, mi hai chiesto un nome e ora.. mi proponi di sposarti? Io sono uso a credere che siano i principi e i re a chieder la mano delle loro destinate, e non il contrario.."
"Oh, principe azzurro, devi scusarmi.. io sono sì una principessa, ma ho avuto una vita abbastanza complicata, e non sono tanto avvezza ai protocolli e alle usanze di una corte ufficiale, perché quando ero piccola ne sono stata esclusa.."
Il principe inorridì: "Biancaneve, che hai fatto di male per meritare ciò?"
"Nulla, t'assicuro: la mia matrigna, la sposa di mio padre il re, mi odiava e forse m'odia ancora, perché sono più bella di lei."
Il principe sembrò pensoso. Stette in silenzio per due lunghi minuti, poi profferì:
"Come è mai possibile che una matrigna, una moglie reale, una sposa fedele, addirittura odii la discendenza del proprio marito. Questo non è dato in un mondo che sia degno di rispetto!"
"Oh caro principe azzurro, l'odio non è tutta la storia: ella mandò i suoi fedeli per uccidermi e poi mi uccise lei stessa, con le sue mani e i suoi sortilegi perversi!"
"No, no no! Questo non è possibile! Non finché io sono su questo mondo: una famiglia reale non odia il proprio unico rampollo, i re hanno una responsabilità verso i sudditi e verso il Firmamento tutto! Devono governare secondo giustizia e assicurare prosperità al regno, non terminare la propria stirpe! Io non accetto che questo sia possibile in alcun modo! Che faceva tuo padre mentre questo accadeva? Era lui stesso morto, o si nascondeva come un vigliacco?!"
Biancaneve sembrava ora spaventata, come chi si sveglia per un improvviso brusco rumore.
"Principe, io ero piccola, ma sento che mio padre mi amava, e non lo chiamerei mai vigliacco.. e no, non era morto, ma credo succube d'un sortilegio egli stesso; ho imparato che le cose peggiori possono venire da chi credi d'amare, mentre l'amore spesso ti raggiunge da chi pensi che t'odii.. così fu quando il guardiacaccia mi baciò teneramente e mi chiese di scappare nel bosco, ché la vita mi era stata risparmiata, forse a prezzo della sua stessa vita, quando si sapesse che aveva disatteso gli ordini della regina.."
"Un guardiacaccia, un volgare cortigiano ti ha baciata? Non sono dunque il primo?"
"Principe, non capisci, era un bacio innocente, io ero una bimba, lui stava mettendo la sua vita nelle mie mani (se infatti la regina cattiva avesse saputo che non ero morta, la sua vita sarebbe stata alla mercé), per salvare la sua principessa da morte certa.. eh si che lui sapeva come uccidere: quando mi baciò era sporco del sangue di quella gazzella il cui cuore avrebbe portato come prova fasulla dell'efferato delitto.."
"Biancaneve, la tua storia mi confonde quasi più della tua bellezza.."
"Oh, principe azzurro, mio amato principe azzurro, tutto è così perfetto in te, i tuoi occhi azzurri come il tuo sontuoso vestito, la tua muscolatura forte e la mascella quadrata, come quella degli uomini forti!"
"Biancaneve, io ti sposerò e tu sarai la mia regina, e insieme distruggeremo il regno maligno che ha potuto espiremere tanta cattiveria contro i suoi sudditi e contro la sua stessa principessa".
"Non tutti sono cattivi, mio caro principe azzurro.. non tutti meritano d'essere distrutti: quei sette nani, ad esempio, i loro nomi si che li ricordo bene e mi son cari: Cucciolo, Brontolo, Eolo, Gongolo, Mammolo, Dotto, Pisolo.. ho vissuto con loro per lunghi anni..."
"Nani? Vivevi con loro? I nani son creature minori, errori della natura. Spesso maligni a causa del risentimento che provano verso chi è normale e ancor di più verso chi è bello e potente."
"Principe, che diamine dici? Loro mi hanno ospitato e nascosta per anni: a loro debbo forse gli unici anni felici che ho vissuto fin ora; l'amore che mi davano incondizionatamente era più di quello che avrei mai potuto desiderare; riassettare la loro casa e preparar loro da mangiare era per me una benedizione divina, loro sono stati e sono la mia FAMIGLIA!"
Il principe allontanò inpercettibilmente il viso dal volto di Biancaneve, acuendo l'espressione sperduta che durante il loro dialogo s'era disegnata nei suoi lineamenti regali.
"Dunque tu fai parte della famiglia di questi.. piccoli esseri? Tu hai lavorato per loro? Sei stata serva dei tuoi servi?"
"Oh, principe, se non sapessi che sei principe comincerei a dubitare del tuo intelletto.. non capisci che l'imperfezione fa parte di questo mondo, che l'amore prescinde dai ruoli e dalle convenzioni e che - soprattutto - la Felicità non è una cosa scontata, non viene sempre da dove ci aspettiamo e a volte dobbiamo combattere per averla, e senza certezza di vincerla?"
A quel punto il principe s'irrigidì.
"Essendo il Principe azzurro mi aspetto di non aver problemi a comprendere alcunché; tuttavia non ti seguo appieno. E per dirla tutta, non sono neanche più certo di voler ascoltare queste tue strane teorie. Sei bellissima, Biancaneve, ma ti chiederei di rimaner in silenzio alla mia presenza, così che io non rimanga turbato dalle tue idee.. originali".

Gli occhi di Biancaneve subirono una mutazione: essi esprimevano amore profondo e desiderio coniugale all'inizio di questa sofferta conversazione, ma da qualche minuto parlavano di sofferenza e compassione verso chi stranamente non riusciva a capirla, per poi passare a sorpresa con un retrogusto di sospetto verso un oggetto - inizialmente desiderato - che improvvisamente aveva rivelato come un cattivo odore che lo rendeva in qualche misura, quasi, potenzialmente..  repellente? Era repulsione quella che Biancaneve provava? Qualche perfido incantesimo stava ancora esprimendo l'ennesimo maleficio nei suoi confronti? Stava provando l'istinto di fuggire da chi le aveva - anche se inconsapevolmente - salvato la vita e chi le si stava proponendo come il giusto partito per un matrimonio che s'annunciava felice e prospero?

"Principe, oh principe.. tutto è così perfetto in te. Tutto è così perfetto attorno a te. Qualsiasi cosa non sia perfetta come tu sai che dev'essere, sparisce immediatamente dalla tua realtà. La tua famiglia ti ama e ti ha sempre amato, i tuoi amici sono leali e fidati, i tuoi sudditi son fiduciosi e asserviti, i tuoi nemici hanno intenzioni belligeranti espresse chiaramente e quando ti combattono, lo fanno solo per soccombere senza perdite di rilievo da parte tua, gli eventi stessi della vita non ti pongono troppe difficoltà, ma si limitano a darti occasione per mostrarti valoroso. Io ho paura, mio caro principe, di non essere degna di starti al fianco: io che dimenticata da mio padre ho rischiato di venire uccisa, io che braccata dalla mia stessa mamma ho dovuto condividere la mia regale vita in promisquità con sette uomini sfortunati, io che so essere irriconoscente verso chi mi ridà la vita, io che ho imparato a amare l'imperfezione, oggi so anche scappare dalla perfezione. Non è la perfezione che mi rende come sono, ma l'imperfezione. Non è la fortuna che mi insegna a vivere, ma la sventura. Non è la mia bellezza o l'abilità a tener la testa alta quella per cui tutti ricordano il mio nome con amore, ma la mia voglia di rialzarmi. E ti ringrazio, o principe, perché oggi tu non solo mi hai riportato in vita, ma mi hai anche insegnato una cosa che mi sarà utile in seguito, lo sento: ho paura e voglio fuggire da chi mi vuole cambiare, non importa se vuole semplicemente cambiarmi da viva a morta o se vuole - come te - che io stia zitta per non turbarti con le mie idee originali; il cambiamento, il miglioramento è qualcosa che nasce, se nasce, da dentro sé stessi. I migliori maestri stanno zitti, i migliori disceploli parlano ai propri maestri, che si limitano a rispondere. E tu, povero principe azzurro, che oggi mi hai ridato la vita, non sei per me meno pericoloso di chi ha sempre cercato di togliermela.

Detto questo, Biancaneve si alzò barcollando un po' dalla sua bara, scese i due gradini che la separavano dal prato attorno e, sotto gli occhi impietriti del principe e nel silenzio stupito della piccola folla che avevano intorno, a piedi nudi si incamminò verso la foresta....

Tuesday, July 31, 2012

La sfera magica

È un po’ lunga: me ne scuso con chi ha fretta. Ma dobbiamo diffidare della fretta, che spesso nasconde intenzioni peggiori..

C’erano una volta due amici, due bimbi di sei e sette anni, che vivevano in un piccolo paese di montagna, situato al nord, in una zona di confine. I loro nomi erano Matteo e Filippo. Matteo era il figlio del guardiano del cimitero del paese, e viveva con il papà e la mamma in una piccola casa di guardiania all’ingresso del camposanto, qualche chilometro fuori dal paese, alla fine di una strada che prima scendeva dall’altura dove il paese era arroccato e poi si arrampicava su un’altura vicina, in un viale dritto e cinto da alti cipressi. Filippo era un bimbo cui piaceva tantissimo andare in bicicletta, e ogni giorno percorreva la distanza tra il paese e il cimitero anche due volte al giorno: c’era poco traffico ed era raro vedere un’automobile in quei pressi a quei tempi, e il tragitto verso il cimitero era perfetto, per via della discesa inizale, per provare quella bellissima sensazione di vento nei capelli e velocità, di cui ormai Filippo non sapeva più fare a meno; tuttavia la salita seguente, e soprattutto la via del ritorno, erano molto dure e non c’erano bimbi di quella età che si arrischiassero a percorrerla, a parte lui. Lui ormai era allenato e – se la mamma glie lo avesse concesso – avrebbe potuto correre in quella strada anche di notte, alla luce della luna. Così avvenne che Filippo divenisse il miglior amico di Matteo: si incontravano tutti i giorni a scuola, dove Matteo arrivava, accompagnato dalla mamma o dal papà, e quando la scuola era finita, Filippo accompagnava Matteo per la discesa verso il cimitero, poi scendevano dalla bici e insieme camminavano per la salita, fino a giungere alla casa di Matteo. Spesso rimanevano insieme a fare i compiti o – meglio – a giocare nella zona del cimitero. S’era creata tra i due qualcosa di più grande di una mera amicizia tra due compagni di scuola. Era una specie di simbiosi. Matteo aveva un po’ paura a sedere sulla canna della vibrante bicicletta mentre Filippo con sapienza la lasciava correre senza toccare i freni per la discesa alberata; Filippo  aveva ricevuto il permesso dai genitori di accompagnare l’amico quando volesse, perché i genitori conoscevano bene il guardiano del cimitero, e sapevano che la zona era sicura, e se – poco dopo la campana del mezzogiorno - non avessero visto arrivare i dua bimbi, presto sarebbero scesi a cercarli. E non ce n’era stato mai il bisogno, a dir la verità.
Dopo mesi passati a condividere i giochi di tutti i giorni e i compiti fatti insieme, i due erano inseparabili. L’ambiente dove giocavano era splendido: non tanto freddo d’inverno e fresco d’estate. Ma molti pensavano fosse strano giocare in un cimitero, quindi Filippo e Matteo erano considerati, a torto, dei bimbi un po’ particolari dai loro dodici compagni di classe; questo li univa ancora di più in intima amicizia.

Un giorno Matteo non si presentò a scuola. Filippo passò le prime due ore di lezione a chiedersi dove fosse, e perché non avesse avvisato che il giorno dopo non si sarebbero visti. All’appello aveva guardato interrogativamente la maestra quando ella aveva chiamato il suo nome; ma lei aveva fatto spalluccia come a dire che non ne sapeva niente. Alla fine della lezione Filippo saltò sulla sua bicicletta e corse più veloce del solito verso la casa di Matteo. Quando giunse in cima al viale alberato e varcò l’arco del cancello spalancato del cimitero, trovò Matteo affacciato alla finestra della guardiola: lo aspettava.
“Sto male. Per quello non sono venuto”
“Che hai?”
“La febbre”
“Non sembra”
“Mi sento meglio ora, forse domani vengo a scuola”
Si sentì una voce femminile da dentro: “non ti stancare, torna a letto altrimenti domani hai di nuovo la febbre!” era la mamma di Matteo.
Matteo non ne voleva proprio sapere di starsene a letto: “Mamma, posso fare una passeggiata con Filippo? È venuto apposta per sapere come sto!”
“Va bene, ma solo dieci minuti, resta dentro il recinto e poi vieni a tavola che oggi mangi prima… e chiedi a Filippo se vuol rimanere a pranzo”
“No, grazie. Torno a casa mia!” rispose educatamente Filippo, non avendo nessuna voglia di pastine in bianco o di pranzi da solo con i genitori e il fratello di Matteo.
Matteo lo guardò furbetto e gli disse uscendo dalla guardiola: “seguimi: vieni a vedere!..”
Andarono insieme lungo il viale principale del cimitero. A circa duecento passi, sull’incrocio principale c’era la tomba della famiglia più ricca del paese. Il giorno prima c’era stato il funerale di un vecchio prozio, un tipo strano, ramo secco della famiglia, ateo convinto, che – con grande scandalo dei benpensanti del paese – aveva voluto esser cremato. I funerali solenni erano dunque stati celebrati senza la presenza del parroco, ma con quella del sindaco e di tutte le autorità. Ma la cosa più incredibile era l’urna cineraria. Non se n’era quasi mai vista una, nel paese cattolicissimo dove vivevano Matteo e Filippo, e certamente non se ne sarebbe vista facilmente un’altra così: era una sfera di alabastro, semitrasparente, con delle figurine umane stilizzate, scolpite in bassorilievo tutto intorno, e con una chiusura così complicata che non s’intuiva come si potesse eventualmente aprire. Una sfera che se non fosse stato per il peso marmoreo sarebbe stata perfetta per giocare a palla rilanciata, per rivendicare poteri sovrannaturali, predire il futuro e chissà che altro, nella fantasia dei ragazzini della loro età.
Filippo rimase a bocca aperta nel vederla la prima volta, e guardò Matteo con sguardo di approvazione. Matteo confermò: “Deve essere in qualche modo magica: ieri sono stato fino a dopo cena a osservarla, e secondo me si muove: si gonfia verso sera e s’illumina, ne sono convinto: sono anche tornato qui dopo cena e nella luce della luna si muoveva, ne sono certo!”.
“Noooo, davvero? Ma non sarà spiritata?”
“Certo che lo è: ci hanno messo le ceneri del pazzo, anche la palla ora è pazza; sono certo che non resterà qui a lungo!” confermò grave Matteo.
Di nuovo la voce della mamma da lontano: “Matteo, vieni! È ora di mangiare”
“Accidenti, devo andare! Ma tu tienila d’occhio: è magica, ti dico”, e scappò via lasciando Filippo interdetto in piedi di fronte alla palla.

Filippo camminò di lato per cambiare prospettiva: quell’oggetto pareva davvero mutare dimensione. Aveva delle luci strane, a seconda che la si guardasse da un’angolazione o dall’altra. Ma lui aveva fame e la strada per casa era lunga. Quella palla sarebbe rimasta lì, poggiata sulla colonnina di marmo, con il suo minicortiletto infiorato intorno; avrebbe compiuto chissà quali sortilegi e né lui, né Matteo avrebbero potuto farci nulla. Che ingiustizia! Nessuno passava mai di lì, in mezzo alla settimana, e alla domenica mancavano ancora tre giorni. Chissà se… provò a toccare la palla, che vibrò, dimostrando che era solo poggiata su quella colonnina. Forse non era tanto pesante.. no, infatti.. era leggerissima: tanto che lui poteva sollevarla agevolmente. Era bello tenerla in mano: pareva viva anche dal punto di vista termico: più calda verso il sole e meno verso la zona ch’era stata in ombra. Chissà se… come spiritato Filippo si tolse lo zaino dalle spalle e lo svuotò dell’astuccio e dell’abbecedeario. Poi pose lo zainetto in terra e con tutta la cura possibile, sollevò la sfera e la infilò dentro lo zaino. Pareva fatto apposta! Chi si sarebbe accorto che la sfera era “volata via” per uno o due giorni? Avrebbe potuto tenerla d’occhio per una notte intera in camera sua, e nessuno avrebbe protestato. Non aveva certo paura di una palla di marmo! Poi sarebbe tranquillamente andato a scuola, nascondendola sotto dei panni, nel suo armadio. Poi sarebbe passato da casa con una scusa, e avrebbe lasciato il libro e preso la sfera, per riportarla al suo posto, assieme alle preziose rivelazioni derivanti da un’intera notte di osservazione! Non c’era certo tempo da perdere: se la sfera era davvero magica, il giorno dopo non sarebbe stata più là! Detto fatto: lo zaino conteneva la sfera, l’astuccio con le matite aveva trovato posto sopra la sfera e il libro stava benissimo sotto il braccio, per il tragitto da lì a casa; non c’era tempo né modo di spiegarlo a Matteo; lo avrebbe fatto il giorno dopo, tanto lui stava male e da casa non lo avrebbero probabilmente fatto uscire più, nel pomeriggio!

Imboccò il cancello del cimitero che era già in velocità sulla discesa, per nulla preoccupato del peso che portava in spalla. Quasi alla fine della discesa, cominciò a prepararsi per arrampicarsi a suon di vigorose pedalate verso il paese. Pedalare era reso particolarmente scomodo, non tanto dal peso, quanto dal dover tenere l’abbecedario stretto sotto il braccio sinistro. Nello sforzo delle pedalate, infatti, il libro scivolò e cadde sull’asfalto. Filippo non se l’aspettava, e si girò indietro per capire cosa fosse quel rumore, ma girandosi non vide un sasso, grande come un pugno, che finì sotto la ruota anteriore della biciclettina, facendogli perdere l’equilibrio. Ahi, ahi che male! Forse s’era sbucciato un ginocchio? S’era strappato la camicia? Macchè, solo un po’ sporcato, ma nulla di grave. Rialzandosi e guardandosi in giro si rese conto che quella era stata forse una delle cadute di bici meno rovinose che avesse mai sperimentato. Finchè sentì che il volume del suo zaino era meno ingombrante di prima. La pressione asnguigna gi precipitò ai piedi e una strana fitta all’inguine lo trapassò, mentre pensava che.. forse.. ma no, speriamo di no.. e invece si! Lo zaino conteneva ora tanti pezzi come di un’anguria rotta irregolarmente, cenere come quella che aveva visto tante volte nel camino freddo, uno strano odore e matite e lapis sparsi. Che disastro!!

Era lì da solo, nel mezzo della strada deserta, sotto il sole ancora quasi allo zenith, la bici sdraiata sull’asfalto e in mano l’unico segno tangibile di una marachella finita male.. tanto male, e un precipizio di rovi sul lato della strada. Non c’era tempo da perdere, né scelte tanto difficili da fare: indietro non si poteva tornare, rivoltare lo zaino verso il precipizio e quasi sorridere dello sbuffo di cenere che preso da una folata, se ne svaporò di lato fu un tutt’uno. Un’occhiata finale, nessun pezzo di alabastro galleggiava sui rovi, presto il muschio, l’umidità e la vegetazione avrebbero fatto il resto. Se non fosse stato un ragazzino di appena sette anni, Filippo avrebbe certo pensato “polvere alla polvere, cenere alla cenere”, ma questa ironia gli mancò. Salì sulla bici e affrontò la salita, per la prima volta senza slancio, ma anzi con una stanchezza maggiore in corpo.

Tutto filò liscio, a casa. Ma la sera, quando invece della sfera, a fargli compagnia nella stanzetta da letto ebbe solo il suo grande Dubbio, Filippo capì che doveva decidere come procedere da lì innanzi. Ammettere la marachella? A chi parlarne? Ma soprattutto, dirlo a Matteo? Perché mai avrebbe dovuto farlo? Lui non c’entrava: forse non saper nulla lo avrebbe addirittura protetto. E se lo avesse tradito? Era o non era più piccolo di un anno? Poteva mai fidarsi? Quante storie! Il silenzio era degli uomini veri. E silenzio sarebbe stato!

Il giorno dopo, a scuola, Matteo si presentò. Era come un’altra persona, per Filippo. C’era tutto un filone nuovo di comportamenti e pensieri, paralleli alla realtà, da dover creare sull’istante, anche per affrontare la conversazione più semplice.
“Come va?”
“Bene” rispondeva Filippo, già chiedendosi dove volesse o potesse arrivare Matteo. Avevano già scoperto che la sfera era sparita? No, certamente no: sarebbe stata la prima cosa che gli avrebbe detto. Ma come avrebbe risposto lui a un semplice ‘come va?’ se non avesse trafugato e poi rotto la sfera? Accidenti, forse stava già sollevando sospetti, ma non sapeva proprio che dire.
“Oggi torniamo insieme?” lo incalzò Matteo.
“Certo che si!” si affrettò Filippo, che rientrava nel personaggio del ragazzino che non sapeva nulla di sfere trafugate e era contento di rivedere l’amico; anzi proseguì: “ti senti meglio?”
“Si, si! Benissimo… non vedo l’ora di tornare a vedere la palla magica”
Che nervi! Di tutto un mondo intorno, proprio di quella sfera doveva parlare? Ma sì! Era giusto, in fondo: quello era l’argomento principale per chiunque non avesse combinato il guaio che aveva combinato lui.. e quindi faceva bene a rientrare in quella parte anche lui, accidenti: “Ci andiamo di corsa appena suona la campanella!” esclamò, quasi ridendo interiormente della sua foga al limite dell’innaturale.

E la campanella suonò, e la sensazione di calore della testa di Matteo accanto alle sue labbra mentre pedalava sulla salita del cimitero era diventata percepibile e fastidiosa, quasi estranea. Ma occorreva pedalare, reggere la parte, continuare, al costo di tutto. Filippo si sentiva ipnotizzato mentre seguiva quel bimbo inopportuno correre sul viale centrale del cimitero verso quella sfera. Tutto correva a una velocità maggiore di quella che il suo cervello pareva riuscire a sostenere. E quello stato come imbambolato gli fu utile, quando si trattò di ostentare sorpresa per quella colonnina in cima alla quale la sfera non c’era più. Filippo rimase a bocca aperta, come se fosse così sorpreso da non riuscire più a parlare. Matteo sembrava eccitato:
“Hai visto? Non c’è più!! È volata via, è volata via, Filippo! La sfera magica non c’è più!!”
Non aveva pensato al da farsi, e quindi non ne ebbe tempo mentre Matteo correva verso la casa del guardiano per avvisare i suoi; per un attimo pensò di fermarlo, richiamarlo, ma l’equazione da risolvere per capire quanto innaturale sarebbe stato quel richiamo nella bocca di chi non sapeva davvero era troppo complessa, quindi l’unica cosa che riuscì a fare fu nulla.
Non era ancora arrivato alla casa quando ne vide uscire il papà di Matteo con un piglio più arrabbiato che preoccupato, seguito dalla madre e dal fratello grande.
“Buon..”
“Ciao, Filippo, vai dentro casa, ora non posso” lo interruppe brusco l’omaccione, scuro in volto.
Filippo e Matteo si trovarono soli in casa, mentre la famiglia di Matteo era tutta fuori a guardare, cercare, controllare. Filippo sentiva un bisogno affliggente di fare pipì, ma si trattenne. Contagiò con la sua paura anche Matteo, che fino a pochi minuti prima sembrava solo eccitato, ma non spaventato dalla sparizione.

“Niente, nessuna traccia di adulto intorno. Non può essere volata” borbottava pesantemente il papà di Matteo rientrando in casa.
“L’avranno rubata, sono stati imprudenti a non murare un oggetto così prezioso”, argomentava la mamma.
Inopportunamente Matteo intervenne: “era una palla magica: è volata via, noi lo sapevamo!”.
Ora Filippo era spaventato, sapeva che quel sentimento traspariva dal livore del suo viso; anche la leggera indecisione con cui Matteo aveva pronunciato quelle parole suonava come atto d’accusa verso loro due, piccoli bimbi immaturi, convinti della magicità di un oggetto che era stato ovviamente rubato. Perché diamine aveva mai stretto amicizia con un ragazzino di quella guisa, accidenti?!
Il silenzio parve infinito: il papà guardò la mamma, interrogativo; il fratello di Matteo lo squadrò senza parlare, ma gli si leggeva chiaro in faccia un terrificante ‘l’hai fatta troppo grossa, stavolta, bel pasticcione!’ Nessuno guardava Filippo, ma lui si sentiva nudo al centro della scena e doveva fare pipì.
“Matteo, tu ne sai nulla?” Tanto era suonato accusatorio il ‘Matteo’, che la fine della frase uscì innaturalmente melliflua dalla bocca del padre.
Matteo capì che lo si sospettava proprio mentre rispondeva: “La palla è.. forse era.. magica… è volata…”
Il padre sacrificò la violenta incazzatura che stava per prenderlo alla sola idea d’esser stato gabbato, lui guardiano fedele, proprio dal figlio, per poter attingere tutte le informazioni possibili dal bimbo, prima che egli si spaventasse troppo: “Matteo caro, sì, quella bella palla che sembrava addirittura magica; proprio di quella stiamo parlando.. l’hai vista da qualche parte, o hai visto qualcosa lì intorno che ci può aiutare a ritrovarla? Dimmi tutto quello che ricordi, caro…”
Matteo avvolse con uno sguardo spaventato tutta la stanza, passando dal padre alla mamma, poi a Filippo, il fratello, Filippo di nuovo. Filippo sfuggiva ogni sguardo.
“Ieri siamo andati a guardarla con Filippo. Io non ho visto niente.. pensavamo che.. insomma è magica, forse.. magari c’è una magia ed è sparita”.
“Non avete visto nessuno intorno alla palla?” chiese il padre
“No..” rispose Matteo
“E tu hai visto qualcosa?” chiese il padre a Filippo
“No, mi dispiace”. Mentre rispondeva si chiedeva se i tempi fossero giusti. Forse avrebbe dovuto riflettere di più.

Pranzarono. C’era un silenzio innaturale. Il fratello di Matteo non pranzò con loro, ma andò al paese a avvisare i Carabinieri della “sparizione”, così la chiamarono. Quel pranzo fece su e giù innumerevoli volte, prima di finire nella tazza del water, vomitato in silenzio, per quanto possibile, nella notte da un povero adulto di soli sette anni. Non ci furono conseguenze di nessun tipo per Matteo e Filippo, ma i rapporti tra i due andarono raffreddandosi sempre più nei giorni, fin quando Filippo – cogliendo la scusa del cattivo rendimento in aritmetica, che lo obbligava a recarsi due o tre volte a settimana dalla maestra subito dopo pranzo per recuperare – cessò anche l’abitudine delle visite al cimitero. E fu un sollievo: non sopportava più né la vista di Matteo, né tanto meno il passare due volte al giorno in quel maledetto viale, in quel punto dove la sepoltura del sepolto aveva avuto luogo in gran segreto, in quel punto dove solo uno sapeva cosa era successo e nessun altro lo avrebbe mai saputo.

Almeno fino a quel giorno sotto le granate austriache. Pioveva, e faceva un freddo umido, di quelli che ti entrano dentro le ossa e non ti lasciano per ore, anche quando riesci a scaldarti davanti a un bel fuoco. Ed erano giorni che di fuochi non se ne parlava, bloccati com’erano sul cucuzzolo di quella montagna, circondati dagli austriaci e irraggiungibili dai rinforzi. Tutto quello che erano riusciti a fare era stato scavare in fretta una trincea, una buca, insomma, e nascondercisi dentro per evitare almeno le scheggie delle granate che piovevano da tutte le parti a intervalli irregolari, a qualsiasi ora del giorno o della notte: un inferno.
“Matteo, devo dirtelo, la truppa non ce la fa più, questi tra un po’ fanno qualcosa di sconsiderato, tipo disertare o – peggio – arrendersi. Che facciamo?”
Matteo aveva studiato, s’era iscritto all’università e aveva frequentato con buon profitto i primi due anni di ingegneria. Quando era scoppiata la guerra e le prime perdite italiane al fronte avevano fatto capire che non si guardava più l’età o le intenzioni belligeranti: tutti gli abili dovevano andare al fronte, gli erano volati sulle spalle addirittura i gradi di tenente. Ora guardava il sergente Filippo Sartori, in ginocchio davanti a lui e sentiva il peso di una responsabilità che non avrebbe mai voluto avere: quei cinquanta poveracci erano isolati su una montagna maledetta, mandati allo sbaraglio da alti ufficiali che di bombe forse non avevano mai sentito parlare, ma per i quali ‘mantenere una presenza negli avanposti montani e non cedere neanche un metro, se non a caro prezzo’ suonava come una bella cosa: forse non avevano mai visto lo sguardo vuoto di un commilitone perdersi nell’abbandono della morte, mentre il sangue, il caro prezzo, gli scorreva a fiotti dalle membra squarciate da una bomba.
“Resistere, te l’ho detto: qualcuno arriverà a aiutarci o loro si stancheranno”
“Resistere dici? Lo sai che è da due giorni che facciamo il gioco dell’acciarino? Quante munizioni pensi che abbiamo, ormai?”

Il gioco dell’acciarino era una cosa inventata dai soldati della prima guerra mondiale. Era importante - nelle fasi più prolungate di una battaglia isolata sulle montagne - non far capire al nemico quante vettovaglie e munizioni si avessero, perché spesso in una guerra di posizione, erano proprio gli aspetti logistici a determinare la vittoria o la sconfitta. E lassù la sconfitta voleva dire il peggio. Quando le munizioni stavano per finire spesso si udivano radi spari ed era sempre un soldato per volta in un plotone, che era incaricato di sparare quando nella trincea avversaria si sentiva un rumore o vedeva un movimento. Era un modo per dire “io ci sono: sta’ attento perché se provi a uscire dalla trincea, non supererai la distanza del campo che ci separa”. Ovviamente più spari si sentivano da parte avversaria, più si capiva che la logistica li aveva riforniti e che non avrebbero ceduto facilmente. Di notte, aiutati dalle eco delle montagne vicine, gli spari sembravano moltiplicarsi, e per dare l’impressione di spari multipli, due o tre commilitoni facevano scintillare visibilmente i loro acciarini col braccio fuori dalla trincea (gioco pericoloso) cercando di sincronizzarsi con quelle eco: l’effetto era quello di aver l’impressione di trovarsi di fronte a un piccolo fuoco di fila, che era qualcosa che soltanto in abbondanza di munizioni ci si poteva permettere.

“Non son certo di volerlo sapere Filippo”.
“Ma io devo dirtelo: meno di un caricatore a testa: è finita, capisci? I rinforzi non arriveranno”.
“Merda!”
“Bisogna tentare qualcosa in estremo”
“Che hai in mente, Filippo?”
“Tre volontari stanotte si allontanano, verso quell’abete laggiù, a nord, voi ci coprite facendo casino sulla parte opposta della trincea; ci scaviamo una fossa rapidi e accendiamo un fuoco: loro pensano che abbiamo un guaio grosso e cercano di accerchiarci. Appena si sono messi in posizione, e lo faranno dandovi le spalle, vedi? Il costone li obbliga a disporsi in semicerchio sulla terrazza più bassa; cercheranno di capire se in questa trincea c’è ancora qualcuno, e voi farete silenzio e non reagirete alle loro provocazioni, come se tutti ci fossimo spostati là; se siamo fortunati e ci accerchiano laggiù, voi avete un varco per scendere, perché saranno costretti a liberare il sentiero, se non vogliono dividersi. E loro non si divideranno: lo sanno che siamo agli estremi e se si dividono noi tentiamo di attaccarli di sorpresa”.
“Filippo, questa è una tattica suicida, io non posso e non voglio ordinarla”.
“Matteo, tu non hai capito: non la stai ordinando, ti sto dicendo che io sto volontariamente proponendomi per farla, voglio solo che faccia quello che server per reggermi il gioco”.
“Hai detto tre volontari? Come pensi possa convincere altri due..”
“Saronno e Gasser sono con me; ne abbiamo già parlato”.
“Hai fatto già tutto?.. Dovrei essere io a guidare questa cosa, non tu”.
“Ti sbagli, Matteo: tu stai guidando la cosa, noi saremo solo un diversivo e saremo in tre. Tu hai la responsabilità della compagnia e devi coordinarli per farli ritornare a valle. Io non potrei farlo, e nessun altro. Quindi è giusto che io vada e tu faccia il resto”.
Seguì un lungo silenzio: erano giorni che Matteo aveva accettato l’idea di non tornare mai più (non vivo) a valle. E era riuscito a accettare inconsciamente che nessuno dei suoi vi riuscisse. Ma questa cosa del suo vecchio amico d’infanzia che ora gli si proponeva come speranza insperata e vittima necessaria non l’aveva considerata, sebbene rispondeva perfettamente alle tattiche dei manuali che non aveva mai avuto tempo di studiare.
“E sia. Come ufficiale non credo d’aver scelta, come amico..”
“Come amico vorrei chiederti un piacere io, se mi permetti, Matteo!”

Non gli era mai passato il vizio di interromperlo mentre diceva qualcosa, neanche ora che gli era subalterno. Ma questa era stata un’interruzione gradita: le parole per accomiatarsi per sempre da un commilitone e amico non sono facili, e la tristezza che ne sarebbe conseguita non si addiceva all’eroismo di cui avevano tutti e due bisogno per tentare seriamente di salvare almeno una parte di quella sfortunata Compagnia.

“Parla!”
“Devo dirti un segreto, ma tu mi devi promettere che non ti arrabbierai per quello che sto per dirti”.
“Hai la mia parola: non ho più forza neanche per arrabbiarmi perché stiamo tutti quasi certi di morire, figurati se..”
“La palla magica: l’ho rubata io”.
“Di che diavolo parli, Filippo?”
“Al cimitero, la palla di alabastro: la portai via il pomeriggio stesso in cui me l’avevi mostrata, e mi si ruppe per un incidente. L’ho fatta sparire e non ne ho mai parlato con nessuno”.

Matteo pensò agli sguardi strani del padre e della madre, a quei tanti pranzi in silenzio, i genitori seri che lo guardavano di nascosto: lui se n’era accorto, ma non capiva perché. Non pensava che non si fidassero di lui; aveva la coscienza così pulita che non avrebbe mai potuto immaginare. Ma c’era un’aria strana nella sua casa d’infanzia; un alone di dubbio era rimasto lì per anni. Non ce la faceva, adesso a immaginare come sarebbe stato se – invece di attendere che il padre fosse tratto d’impaccio mediante la scoperta dei fantomatici ladri del piccolo e prezioso monumento – tutti i dubbi fossero stati sollevati subito, e si fosse capito che lui non c’entrava. Lui era stato sospettato dai suoi genitori per mesi, forse anni, e il padre - frustrato perché si diceva che non aveva vigilato abbastanza – forse era inconsapevolmente cambiato nei suoi confronti. Per un attimo ebbe voglia di saltargli al collo, e urlargli ‘che razza di amico sei?!’. Ma poi perché?

“È successo tanto tempo fa’. È una cosa dimenticata”. Sentì la sua stessa voce pronunciare una frase a metà tra la circostanza e il perdono sincero.

“Ma io non potevo lasciarti senza dirtelo”
“Capisco. È successo tanto tempo fa’.. ”
“Ce l’hai con me?”
“No, non credo”
“Allora vado”
“In bocca al lupo”
“Crepi!”

Seguirono solo bisbigli, poi il silenzio, rotto solo dalle granate degli austriaci, cui nessuno rispondeva. Verso le due di mattina si cominciarono a sentire le prime voci dalla trincea nemica. Ordini. Si stavano preparando. Non pioveva più. L’aria era gelata e tersa. Probabilmente sarebbe stato il classico attacco con le prime luci dell’aurora. Vista la stagione intorno alle sette. C’era tempo.

Al segnale di Matteo, una buona metà delle pallottole furono sparate come se il fuoco di copertura preludesse all’ultimo attacco disperato. Gli austriaci erano sorpresi, quasi immobilizzati da quell’improvviso casino, che aveva probabilmente preso molti nel sonno. Non rispondevano: le braccia dei commilitoni erano alzate con gli acciarini dei fucili ben in vista: quello che non si poteva usare per sparare si usava per fare scintille, almeno. Fecero appena in tempo a abbassarsi, prima che una pioggia di proiettili di mortaio li investisse. Erano tutti ammucchiati lì nel lato sud della trincea: se un solo colpo fosse finito dentro sarebbe stata una strage. E invece il colpo più vicino portò una minivalanga di terra e tanta paura, ma nient’altro. Non durò molto. E come poteva? Non c’erano più veramente munizioni. In quella condizione la resa sarebbe stata l’unica opzione sensata, se non avessero avuto ancora la speranza del diversivo. Chissà se Filippo e gli altri due erano riusciti a arrivare all’abete? Di casino ce n’era stato tanto. Ma finchè verso le quattro non cominciarono a vedere il fuoco nella minitrincea che avevano scavato laggiù a nord, non ne ebbero la certezza. C’erano riusciti! E erano stati veloci. Avevano strisciato fin laggiù bassi per non fare ombre e poi avevano scavato una buca in meno di due ore. Dovevano essere sfiniti. Ma continuavano a eseguire quel piano sciagurato, senza esitazione. Si diventa eroici anche nelle modalità di darsi, quando si sa che dopo comunque non ci sarà nulla, pensava Matteo.

Non ci volle molto, prima che gli austriaci li notassero. E partirono i primi colpi dei cecchini. Sempre più sfrontati, sempre più dallo scoperto. Nessuno rispondeva. Dal punto di vista degli austriaci c’era una trincea opposta, che sembrava vuota: non dava più segni di reazione; e un’altra piccola trincea a nord, isolata davanti a un dirupo, dove stranamente avevano acceso un fuoco e nessuno rispondeva alle pallottole avversarie. Quella notte il silenzio era assordante. Abituati alle orecchie che fischiano per i colpi improvvisi, tutti si sentivano frastrornati. Ma gli ordini erano già stati impartiti, e ormai il coordinamento era affidato solo a colpetti di mano sulla spalla del vicino. Così verso le quattro e mezza tutto il gruppo grande della trincea principale cominciò a indietreggiare, strisciando nel terreno brullo e umido, senza un rumore, fino ai cespugli bui. Per fortuna non c’era la luna: le ombre si sarebbero viste. Due avanguardie si avvicinarono circospette. Guardarono dall’orlo della trincea dentro. Non avevano il coraggio di accendere neanche un fiammifero. Poverini: probabilmente tremavano dalla paura, oltre che dal freddo. Appena ebbero la sensazione che nella trincea non ci fosse nessuno ci si tuffarono dentro.
“Frei!” urlò una voce. All’eco di quella voce non seguì nulla. Era surreale. Sentivano i passi dei soldati austriaci (tutti? Solo una parte? Sarebbe stato bello saperlo) che camminavano curvi e circospetti verso di loro. Quando sfilarono davanti alla trincea li potevano sentire quasi respirare, tanto era il silenzio. Matteo aveva paura che qualcuno si tradisse con un minimo movimento o rumore, ma non avvenne. I soldati continuarono a sfilare davanti alla trincea e scesero verso l’abete, lenti. Gli italiani restarono piantati nella terra come cadaveri, confusi nel terreno e immobili. Matteo aspettava ancora che cominciasse l’ultimo atto, che Filippo iniziasse l’ultima furiosa sparatoria per creare il secondo diversivo, quello che avrebbe permesso al grosso del gruppo di andare verso il campo austriaco: l’unico punto da dove era possibile scendere da quella maledetta montagna, quel culo di sacco in cui s’erano fatti chiudere ingenuamente, più di due settimane prima.

Stava per fare una pazzia, urlare di paura quando una mano gli sfiorò la spalla dalla parte dove nessuno dei suoi commilitoni poteva stare. Non se l’aspettava ed ebbe un tuffo al cuore. La voce in italiano, bisbigliata nell’orecchio, lo aiutò a calmarsi:

“È tutto libero, potete muovervi velocemente: sono scesi tutti verso nord. Dia il comando!”
“Da dove diavolo sbucate voi?”
“Non c’è tempo, dobbiamo muoverci”
“Avete munizioni?”
“Si, siamo a posto”
“Dobbiamo andare a prendere il Sergente e gli altri due”
“Non possiamo: siamo comunque in inferiorità numerica. Avremmo attaccato, se non fosse stato così”.
“Quanti siete?”
“Cinque”

Cinque! Cinque miseri incursori: quello aveva mandato il comando dopo tutto quel tempo. Non doveva valere molto la carne d’italiano sul mercato, per Dio! Doveva uccidere Filippo per la seconda volta? Aveva tutte le munizioni che non aveva potuto sparare negli ultimi due giorni. Certamente avrebbe potuto fare qualcosa. Ma non mettere tutti i suoi quaranta e più superstiti in salvo. Non con certezza. Neanche con una seria speranza. Loro erano troppi di più. E il varco era aperto. Ora lo sapevano. Avrebbero avuto pochi minuti per svignarsela alla svelta mentre…

Quanto era dura la posizione dell’onnipotente, ora: scegliere chi vive e chi muore; lasciar morire chi è generoso e dare la vita a chi vive con la morte del compagno. Un controsenso. Una decisione dovuta soltanto dal punto di vista aritmetico. Matteo non disse nulla. Il silenzio bastava a tutti per far capire cosa si doveva fare: esattamente quello che s’era deciso ore prima; ma con in più il rimorso d’essere stati raggiunti dai “rinforzi” con tanto di munizioni.

Mentre scendevano velocemente il sentiero che li portava a casa, Matteo si chiedeva come mai ci mettessero tanto tempo, lassù, a rendersi conto d’esser stati gabbati. Filippo e i suoi avevano fatto proprio un bel casino, all’ultimo. Forse non avevano neanche sofferto troppo: scatenando la furia aggressiva del nemico avevano guadagnato una fine rapida, anche se non indolore. Filippo saliva, andando via da questo mondo. Matteo scendeva la mulattiera, appoggiandosi con le mani per scendere i gradoni più alti. Forse avrebbe dovuto sentire un immenso sentimento di riconoscenza verso l’amico. Forse avrebbe dovuto piangerne la perdita. Forse avrebbe dovuto provare rimorso per averlo lasciato lì, invece di tentare qualcosa per salvarlo. Ma non provava nulla di tutto questo..

Monday, April 9, 2012

La favola di Pasqua

C'era una volta una casetta in una città, dove le case non erano mai troppo alte: uno o due piani al massimo. La casetta stava in un quartiere verde, dove le altalene nei giardini sembravano nuove anche se erano lì da parecchi anni. Tutti i pomeriggi, soprattutto nella stagione buona, i bimbi di tutto il quartiere si ritrovavano in quei giardini, e giocavano tra loro spensierati, mentre alcuni dei genitori portavano a spasso i cagnolini o cullavano dolcemente i fratellini più piccoli. C'erano signori e signore di tutte le età, nei giardini; parlavano tra loro e si salutavano affabilmente quando si incontravano e trascorrevano alcune ore assieme, godendosi il tiepido calore del sole pulito di primavera; lì in quei giardini si parlava spesso di cose di tutti i giorni, come della ringhiera al lato della stradina centrale del quartiere, quella sulla quale più o meno tutti si trovavano a poggiar la mano quando la domenica andavano verso il centro, chi per andare a messa, chi per comprare un dolce per festeggiare la festa, il giorno in cui quasi tutti si riposavano. Quella ringhiera aveva proprio bisogno di una riverniciata, eh sì! E il fabbro del quartiere aveva promesso di farlo quanto prima, ma aveva tanto lavoro e tardava un po'.

Si parlava di mestieri, e il fabbro sembrava invidiare un po' la tranquillità mattutina del panettiere; ma il panettiere pensava che il banchiere fosse molto importante perchè doveva guadagnarsi la fiducia di tutti; però tutti pensavano che i due pompieri fossero certamente quelli che più di ogni altro meritassero fiducia, perchè quelle poche volte (per fortuna!) che c'era bisogno di loro, essi dovevano essere precisi e agire con sangue freddo e nervi saldi. Forse avevano tutti ragione, o forse tutti torto, pensava il parroco, che in cuor suo riteneva che lo spazzino avesse le sue stesse responsabilità: già perchè tener pulita la città era un po' come tener pulite le anime dei fedeli. E ai non fedeli? Beh, il giornalista sentiva un po' il peso della responsabilità di informare tutti, fedeli e non, riportando con esattezza i fatti e limitandosi nei commenti, ché tutti in fondo erano capaci di formarsi dei pareri per conto loro, e quindi di commenti non c'era tanto bisogno. Però di notizie, sui giornali, si faceva ben attenzione a riportarne altrettante di buone e di meno buone, anche se così magari si rischiava di vender meno giornali, perchè si sa che la gente si interessa più alle notizie cattive che non alle altre. Eppure, a saperle cercare, le cose buone accadevano, e il giornalista faceva soprattutto attenzione a rendere onore alle buone notizie così come a riportare quelle cattive, perchè alla notte segue sempre il giorno ed è opportuno che tutti si sappia che non c'è solo la sfortuna e il male, ma anche tante belle azioni, tante idee giuste e tante iniziative baciate dalla buona sorte.
La maestra delle scuole elementari e i professori del liceo erano un po' in pensiero, invece; e approfittavano di quelle passeggiate nei giardini per parlare tra loro di come stava crescendo la gioventù del quartiere. Certo era una bella responsabilità quella che avevano da portare avanti: loro - che se esprimevano un giudizio su uno dei loro allievi - quasi certamente il giorno dopo ricevevano la visita di ambedue i genitori, vestiti più elegantemente del solito per rispetto, per chidere consigli e condividere idee su come aiutare il piccolo studente a superare qualche difficoltà. Il medico era un tipo molto simpatico; pensava d'esser diverso dall'idraulico, con cui era grande amico (li si vedeva giocare sempre assieme a carte al bar del centro del quartiere, alla sera); lui riteneva che i corpi fossero in fondo degli impianti, anche se molto complessi. Certo, nei tubi degli impianti che faceva l'idraulico scorreva acqua o gas, ma non la vita. E per quello - ammetteva il medico - lui dedicava meno attenzione dell'idrauilco a quegli "impianti", per poter chiedere ai suoi pazienti tutto quello che c'era da sapere sui loro sentimenti, su come s'erano svegliati quella mattina, su cosa li rendeva felici e cosa li angustiava.
Pochi avevano un televisore. Non serviva averne uno, in realtà: per le notizie bastaavano pochi minuti, e al bar o alla radio - per chi non gradiva leggere il giornale - le notizie arrivavano in abbondanza. Al di fuori delle notizie, la vita fuori all'aperto, o anche al teatro d'inverno, era così ricca e divertente - al punto da far scoppiar la gente i risate sazie, per quanto era divertente! - che nessuno aveva più tanta energia per seguire una trasmissione televisiva, alla fine della giornata. Anche la radio in auto era conosciuta come una vecchia, vecchissima usanza. Infatti l'auto non si usava praticamente mai, peerchè le persone che vivevano nel quartiere erano tuttelì, vicine le une alle altre, proprio per poter arrivare subito dove occorreva, e senza bisogno di sopportare tanto traffico o lunghe attese: che farsene di una radio? Gli autobus elettrici e la bicicletta coprivano le distanze maggiori o quei casi in cui - raramente - occorreva portare qualcosa di pesante da un luogo all'altro. Certo, capitava anche che si facesse un viaggio in auto. Ma di solito si era insieme a amici o alla famiglia in quel caso, e quindi era così bello godere del viaggio insieme che pochi o nessuno pensavano di accedere una radio o un televisore.
I bimbi, la sera, prima di addormentarsi, o anche nel pomeriggio quando faceva buio presto, volevano essere cullati, sia nella fantasia che nell'anima, e c'era quindi un gran lavorio di immaginazione nei genitori, per inventare sempre nuove favole che accendessero la scintilla della curiosità o paventassero la lama della paura, o facessero sgorgare la cascatella dell'amore - amicale o coniugale - nelle menti dei loro piccoli. Per questo era importante per tutti i genitori tener sveglia la propria fantasia, e quindi molti leggevano tanti libri. Ed era così spontaneo e sincero l'applauso del pubblico verso quei cantanti, autori di libri, attori che facevano veramente sognare le loro platee, che cantanti, autori, attori e artisti tutti lo prendevano come l'unica ricompensa che rendesse ancora leggero quel lavoro di creatività che tanto gli costava: non si faceva in tempo a creare un'opera di vera arte, che subito quel pubblico esigente e curioso ne voleva di più. Il sindaco della città vedeva quel quartiere come un padre vede un figlio inesauribile: grande schiavitù perchè richiedeva tante attenzioni, ma anche grande soddisfazione, perchè ogni anno, ad ogni elezione, ad ogni discorso inaugurale, con il loro voto e con i loro applausi, i suoi cittadini gli tributavano l'apprezzamento per il suo lavoro, che tanta fatica gli costava. Certo, a volte quel sindaco pensava che forse sarebbe stato meglio che il giudice del tribunale, anche egli candidato delle scorse elezioni, avesse vinto e avesse preso in carico quel servizio per la comunità; almeno lui si sarebbe potuto riposare, e tornare a fare il suo lavoro di falegname, aiutando il figlio - ancora un po' giovane per prendere la guida della falegnameria di famiglia - e la moglie, che aiutava come poteva. Ma se avevano scelto lui, allora questa responsabilità andava portata avanti con senso di responsabilità, anche nei confronti del giudice, che certamente uno di questi anni avrebbe preso lui la guida del comune. Anzi spesso il sindaco e il giudice si scambiavano opinioni e si accordavano su come portare avanti quei progetti, che per la loro natura, richiedevano molti anni per essere completati, e quindi era ragionevole che uno proseguisse quello che l'altro aveva iniziato.
Erano pochini quelli che controllavano o dicevano ad altri cosa dovevano fare: stranamente c'era un fiorire di mestieri e arti, un egual rispetto per i lavori manuali (l'idraulico, il falegname, il panettiere, il contadino) e per quelli meno immediatamente e visibilmente utili: il banchiere, il contabile, l'informatico; ma non c'era tanto lavoro per poliziotti, consulenti, ispettori. Era come se il lavoro di controllo fosse stato fatto già prima, per cui poliziotti e consulenti spendevano parte del loro tempo di lavoro a capire il perchè accadessero certi fatti che loro dovevano evitare e cosa si muoveva nelle menti di chi sbagliava; essi infatti erano preoccupati di restituire qualcosa alla comunità che pagava loro da vivere, restituendo un servizio anche quando il lavoro di dar la caccia ai banditi e agli evasori scarseggiava. Dunque passavano il loro tempo libero a studiare la natura umana e a contribuire al lavoro degli insegnanti per spiegar loro di quali sensibilità e intelligenze c'era maggior bisogno.
L'espressione del viso più frequente che si vedeva in giro era il sorriso. Non tutti sorridevano sempre, è vero, ma il sorriso era quello che si vedeva più spesso, e nei rari giorni in cui un lutto inaspettato colpiva quel quartiere, l'assenza temporanea di quel sorriso si notava come se il sole avesse dimenticato di spuntare. Il sorriso era figlio della Felicità. La Felicità non originava dall'appagamento di desideri tanto grandi. Perchè pochi avevano desideri che andassero al di là delle persone che amavano. E le persone amate si accontentavano di cose semplici come: passare del bel tempo insieme, avere del cibo preparato con amore, avere un posto dove dormire sicuri, e poter pensare che domani altrettante soddisfazioni sarebbero giunte per loro e per quelli vicini a loro. Non desideravano molto di più: che bisogno ce n'era? Non erano preoccupati di crescere: nè in statura, nè in ricchezza, nè in potere. L'unica cosa che cresceva anche se loro non se ne rendevano sempre conto, era la loro sapienza - perchè insegnavano gli uni gli altri, soprattutto con l'esempio personale - la loro amicizia - perchè erano sempre pronti e divertìti dall'aiutarsi a vicenda, e la loro intelligenza come gruppo cui piaceva stare insieme. E questo li rendeva potentissimi: tanto potenti che con quell'amore che li teneva uniti, avrebbero potuto conquistare il mondo e esplorare pianeti lontani. Ma tanto non gli importava di farlo, perchè non ne sentivano il bisogno.

Potrebbe essere solo una favola, e invece è anche un'idea...