È un po’ lunga: me ne scuso con chi ha fretta. Ma
dobbiamo diffidare della fretta, che spesso nasconde intenzioni peggiori..
C’erano una volta
due amici, due bimbi di sei e sette anni, che vivevano in un piccolo paese di
montagna, situato al nord, in una zona di confine. I loro nomi erano Matteo e
Filippo. Matteo era il figlio del guardiano del cimitero del paese, e viveva
con il papà e la mamma in una piccola casa di guardiania all’ingresso del camposanto,
qualche chilometro fuori dal paese, alla fine di una strada che prima scendeva
dall’altura dove il paese era arroccato e poi si arrampicava su un’altura
vicina, in un viale dritto e cinto da alti cipressi. Filippo era un bimbo cui
piaceva tantissimo andare in bicicletta, e ogni giorno percorreva la distanza
tra il paese e il cimitero anche due volte al giorno: c’era poco traffico ed
era raro vedere un’automobile in quei pressi a quei tempi, e il tragitto verso
il cimitero era perfetto, per via della discesa inizale, per provare quella
bellissima sensazione di vento nei capelli e velocità, di cui ormai Filippo non
sapeva più fare a meno; tuttavia la salita seguente, e soprattutto la via del
ritorno, erano molto dure e non c’erano bimbi di quella età che si
arrischiassero a percorrerla, a parte lui. Lui ormai era allenato e – se la
mamma glie lo avesse concesso – avrebbe potuto correre in quella strada anche
di notte, alla luce della luna. Così avvenne che Filippo divenisse il miglior
amico di Matteo: si incontravano tutti i giorni a scuola, dove Matteo arrivava,
accompagnato dalla mamma o dal papà, e quando la scuola era finita, Filippo
accompagnava Matteo per la discesa verso il cimitero, poi scendevano dalla bici
e insieme camminavano per la salita, fino a giungere alla casa di Matteo.
Spesso rimanevano insieme a fare i compiti o – meglio – a giocare nella zona
del cimitero. S’era creata tra i due qualcosa di più grande di una mera amicizia
tra due compagni di scuola. Era una specie di simbiosi. Matteo aveva un po’
paura a sedere sulla canna della vibrante bicicletta mentre Filippo con
sapienza la lasciava correre senza toccare i freni per la discesa alberata;
Filippo aveva ricevuto il permesso dai
genitori di accompagnare l’amico quando volesse, perché i genitori conoscevano
bene il guardiano del cimitero, e sapevano che la zona era sicura, e se – poco
dopo la campana del mezzogiorno - non avessero visto arrivare i dua bimbi,
presto sarebbero scesi a cercarli. E non ce n’era stato mai il bisogno, a dir
la verità.
Dopo mesi passati
a condividere i giochi di tutti i giorni e i compiti fatti insieme, i due erano
inseparabili. L’ambiente dove giocavano era splendido: non tanto freddo
d’inverno e fresco d’estate. Ma molti pensavano fosse strano giocare in un
cimitero, quindi Filippo e Matteo erano considerati, a torto, dei bimbi un po’
particolari dai loro dodici compagni di classe; questo li univa ancora di più
in intima amicizia.
Un giorno Matteo
non si presentò a scuola. Filippo passò le prime due ore di lezione a chiedersi
dove fosse, e perché non avesse avvisato che il giorno dopo non si sarebbero
visti. All’appello aveva guardato interrogativamente la maestra quando ella
aveva chiamato il suo nome; ma lei aveva fatto spalluccia come a dire che non
ne sapeva niente. Alla fine della lezione Filippo saltò sulla sua bicicletta e
corse più veloce del solito verso la casa di Matteo. Quando giunse in cima al
viale alberato e varcò l’arco del cancello spalancato del cimitero, trovò
Matteo affacciato alla finestra della guardiola: lo aspettava.
“Sto male. Per
quello non sono venuto”
“Che hai?”
“La febbre”
“Non sembra”
“Mi sento meglio
ora, forse domani vengo a scuola”
Si sentì una voce
femminile da dentro: “non ti stancare, torna a letto altrimenti domani hai di
nuovo la febbre!” era la mamma di Matteo.
Matteo non ne
voleva proprio sapere di starsene a letto: “Mamma, posso fare una passeggiata
con Filippo? È venuto apposta per sapere come sto!”
“Va bene, ma solo
dieci minuti, resta dentro il recinto e poi vieni a tavola che oggi mangi
prima… e chiedi a Filippo se vuol rimanere a pranzo”
“No, grazie.
Torno a casa mia!” rispose educatamente Filippo, non avendo nessuna voglia di
pastine in bianco o di pranzi da solo con i genitori e il fratello di Matteo.
Matteo lo guardò
furbetto e gli disse uscendo dalla guardiola: “seguimi: vieni a vedere!..”
Andarono insieme
lungo il viale principale del cimitero. A circa duecento passi, sull’incrocio
principale c’era la tomba della famiglia più ricca del paese. Il giorno prima
c’era stato il funerale di un vecchio prozio, un tipo strano, ramo secco della
famiglia, ateo convinto, che – con grande scandalo dei benpensanti del paese –
aveva voluto esser cremato. I funerali solenni erano dunque stati celebrati senza
la presenza del parroco, ma con quella del sindaco e di tutte le autorità. Ma
la cosa più incredibile era l’urna cineraria. Non se n’era quasi mai vista una,
nel paese cattolicissimo dove vivevano Matteo e Filippo, e certamente non se ne
sarebbe vista facilmente un’altra così: era una sfera di alabastro,
semitrasparente, con delle figurine umane stilizzate, scolpite in bassorilievo
tutto intorno, e con una chiusura così complicata che non s’intuiva come si
potesse eventualmente aprire. Una sfera che se non fosse stato per il peso
marmoreo sarebbe stata perfetta per giocare a palla rilanciata, per rivendicare
poteri sovrannaturali, predire il futuro e chissà che altro, nella fantasia dei
ragazzini della loro età.
Filippo rimase a
bocca aperta nel vederla la prima volta, e guardò Matteo con sguardo di
approvazione. Matteo confermò: “Deve essere in qualche modo magica: ieri sono
stato fino a dopo cena a osservarla, e secondo me si muove: si gonfia verso
sera e s’illumina, ne sono convinto: sono anche tornato qui dopo cena e nella
luce della luna si muoveva, ne sono certo!”.
“Noooo, davvero?
Ma non sarà spiritata?”
“Certo che lo è:
ci hanno messo le ceneri del pazzo, anche la palla ora è pazza; sono certo che
non resterà qui a lungo!” confermò grave Matteo.
Di nuovo la voce
della mamma da lontano: “Matteo, vieni! È ora di mangiare”
“Accidenti, devo
andare! Ma tu tienila d’occhio: è magica, ti dico”, e scappò via lasciando
Filippo interdetto in piedi di fronte alla palla.
Filippo camminò
di lato per cambiare prospettiva: quell’oggetto pareva davvero mutare
dimensione. Aveva delle luci strane, a seconda che la si guardasse da
un’angolazione o dall’altra. Ma lui aveva fame e la strada per casa era lunga.
Quella palla sarebbe rimasta lì, poggiata sulla colonnina di marmo, con il suo
minicortiletto infiorato intorno; avrebbe compiuto chissà quali sortilegi e né
lui, né Matteo avrebbero potuto farci nulla. Che ingiustizia! Nessuno passava
mai di lì, in mezzo alla settimana, e alla domenica mancavano ancora tre giorni.
Chissà se… provò a toccare la palla, che vibrò, dimostrando che era solo
poggiata su quella colonnina. Forse non era tanto pesante.. no, infatti.. era
leggerissima: tanto che lui poteva sollevarla agevolmente. Era bello tenerla in
mano: pareva viva anche dal punto di vista termico: più calda verso il sole e
meno verso la zona ch’era stata in ombra. Chissà se… come spiritato Filippo si
tolse lo zaino dalle spalle e lo svuotò dell’astuccio e dell’abbecedeario. Poi
pose lo zainetto in terra e con tutta la cura possibile, sollevò la sfera e la
infilò dentro lo zaino. Pareva fatto apposta! Chi si sarebbe accorto che la
sfera era “volata via” per uno o due giorni? Avrebbe potuto tenerla d’occhio
per una notte intera in camera sua, e nessuno avrebbe protestato. Non aveva
certo paura di una palla di marmo! Poi sarebbe tranquillamente andato a scuola,
nascondendola sotto dei panni, nel suo armadio. Poi sarebbe passato da casa con
una scusa, e avrebbe lasciato il libro e preso la sfera, per riportarla al suo
posto, assieme alle preziose rivelazioni derivanti da un’intera notte di
osservazione! Non c’era certo tempo da perdere: se la sfera era davvero magica,
il giorno dopo non sarebbe stata più là! Detto fatto: lo zaino conteneva la
sfera, l’astuccio con le matite aveva trovato posto sopra la sfera e il libro
stava benissimo sotto il braccio, per il tragitto da lì a casa; non c’era tempo
né modo di spiegarlo a Matteo; lo avrebbe fatto il giorno dopo, tanto lui stava
male e da casa non lo avrebbero probabilmente fatto uscire più, nel pomeriggio!
Imboccò il
cancello del cimitero che era già in velocità sulla discesa, per nulla
preoccupato del peso che portava in spalla. Quasi alla fine della discesa,
cominciò a prepararsi per arrampicarsi a suon di vigorose pedalate verso il
paese. Pedalare era reso particolarmente scomodo, non tanto dal peso, quanto
dal dover tenere l’abbecedario stretto sotto il braccio sinistro. Nello sforzo
delle pedalate, infatti, il libro scivolò e cadde sull’asfalto. Filippo non se
l’aspettava, e si girò indietro per capire cosa fosse quel rumore, ma girandosi
non vide un sasso, grande come un pugno, che finì sotto la ruota anteriore
della biciclettina, facendogli perdere l’equilibrio. Ahi, ahi che male! Forse
s’era sbucciato un ginocchio? S’era strappato la camicia? Macchè, solo un po’
sporcato, ma nulla di grave. Rialzandosi e guardandosi in giro si rese conto
che quella era stata forse una delle cadute di bici meno rovinose che avesse
mai sperimentato. Finchè sentì che il volume del suo zaino era meno ingombrante
di prima. La pressione asnguigna gi precipitò ai piedi e una strana fitta
all’inguine lo trapassò, mentre pensava che.. forse.. ma no, speriamo di no.. e
invece si! Lo zaino conteneva ora tanti pezzi come di un’anguria rotta
irregolarmente, cenere come quella che aveva visto tante volte nel camino
freddo, uno strano odore e matite e lapis sparsi. Che disastro!!
Era lì da solo,
nel mezzo della strada deserta, sotto il sole ancora quasi allo zenith, la bici
sdraiata sull’asfalto e in mano l’unico segno tangibile di una marachella
finita male.. tanto male, e un precipizio di rovi sul lato della strada. Non
c’era tempo da perdere, né scelte tanto difficili da fare: indietro non si
poteva tornare, rivoltare lo zaino verso il precipizio e quasi sorridere dello
sbuffo di cenere che preso da una folata, se ne svaporò di lato fu un tutt’uno.
Un’occhiata finale, nessun pezzo di alabastro galleggiava sui rovi, presto il
muschio, l’umidità e la vegetazione avrebbero fatto il resto. Se non fosse
stato un ragazzino di appena sette anni, Filippo avrebbe certo pensato “polvere
alla polvere, cenere alla cenere”, ma questa ironia gli mancò. Salì sulla bici
e affrontò la salita, per la prima volta senza slancio, ma anzi con una
stanchezza maggiore in corpo.
Tutto filò
liscio, a casa. Ma la sera, quando invece della sfera, a fargli compagnia nella
stanzetta da letto ebbe solo il suo grande Dubbio, Filippo capì che doveva
decidere come procedere da lì innanzi. Ammettere la marachella? A chi parlarne?
Ma soprattutto, dirlo a Matteo? Perché mai avrebbe dovuto farlo? Lui non
c’entrava: forse non saper nulla lo avrebbe addirittura protetto. E se lo
avesse tradito? Era o non era più piccolo di un anno? Poteva mai fidarsi?
Quante storie! Il silenzio era degli uomini veri. E silenzio sarebbe stato!
Il giorno dopo, a
scuola, Matteo si presentò. Era come un’altra persona, per Filippo. C’era tutto
un filone nuovo di comportamenti e pensieri, paralleli alla realtà, da dover
creare sull’istante, anche per affrontare la conversazione più semplice.
“Come va?”
“Bene” rispondeva
Filippo, già chiedendosi dove volesse o potesse arrivare Matteo. Avevano già
scoperto che la sfera era sparita? No, certamente no: sarebbe stata la prima
cosa che gli avrebbe detto. Ma come avrebbe risposto lui a un semplice ‘come
va?’ se non avesse trafugato e poi rotto la sfera? Accidenti, forse stava già
sollevando sospetti, ma non sapeva proprio che dire.
“Oggi torniamo
insieme?” lo incalzò Matteo.
“Certo che si!”
si affrettò Filippo, che rientrava nel personaggio del ragazzino che non sapeva
nulla di sfere trafugate e era contento di rivedere l’amico; anzi proseguì: “ti
senti meglio?”
“Si, si!
Benissimo… non vedo l’ora di tornare a vedere la palla magica”
Che nervi! Di
tutto un mondo intorno, proprio di quella sfera doveva parlare? Ma sì! Era
giusto, in fondo: quello era l’argomento principale per chiunque non avesse
combinato il guaio che aveva combinato lui.. e quindi faceva bene a rientrare
in quella parte anche lui, accidenti: “Ci andiamo di corsa appena suona la
campanella!” esclamò, quasi ridendo interiormente della sua foga al limite dell’innaturale.
E la campanella
suonò, e la sensazione di calore della testa di Matteo accanto alle sue labbra
mentre pedalava sulla salita del cimitero era diventata percepibile e
fastidiosa, quasi estranea. Ma occorreva pedalare, reggere la parte,
continuare, al costo di tutto. Filippo si sentiva ipnotizzato mentre seguiva
quel bimbo inopportuno correre sul viale centrale del cimitero verso quella
sfera. Tutto correva a una velocità maggiore di quella che il suo cervello
pareva riuscire a sostenere. E quello stato come imbambolato gli fu utile,
quando si trattò di ostentare sorpresa per quella colonnina in cima alla quale
la sfera non c’era più. Filippo rimase a bocca aperta, come se fosse così
sorpreso da non riuscire più a parlare. Matteo sembrava eccitato:
“Hai visto? Non
c’è più!! È volata via, è volata via, Filippo! La sfera magica non c’è più!!”
Non aveva pensato
al da farsi, e quindi non ne ebbe tempo mentre Matteo correva verso la casa del
guardiano per avvisare i suoi; per un attimo pensò di fermarlo, richiamarlo, ma
l’equazione da risolvere per capire quanto innaturale sarebbe stato quel
richiamo nella bocca di chi non sapeva davvero era troppo complessa, quindi
l’unica cosa che riuscì a fare fu nulla.
Non era ancora
arrivato alla casa quando ne vide uscire il papà di Matteo con un piglio più
arrabbiato che preoccupato, seguito dalla madre e dal fratello grande.
“Buon..”
“Ciao, Filippo,
vai dentro casa, ora non posso” lo interruppe brusco l’omaccione, scuro in
volto.
Filippo e Matteo
si trovarono soli in casa, mentre la famiglia di Matteo era tutta fuori a
guardare, cercare, controllare. Filippo sentiva un bisogno affliggente di fare
pipì, ma si trattenne. Contagiò con la sua paura anche Matteo, che fino a pochi
minuti prima sembrava solo eccitato, ma non spaventato dalla sparizione.
“Niente, nessuna
traccia di adulto intorno. Non può essere volata” borbottava pesantemente il
papà di Matteo rientrando in casa.
“L’avranno
rubata, sono stati imprudenti a non murare un oggetto così prezioso”,
argomentava la mamma.
Inopportunamente
Matteo intervenne: “era una palla magica: è volata via, noi lo sapevamo!”.
Ora Filippo era
spaventato, sapeva che quel sentimento traspariva dal livore del suo viso;
anche la leggera indecisione con cui Matteo aveva pronunciato quelle parole
suonava come atto d’accusa verso loro due, piccoli bimbi immaturi, convinti
della magicità di un oggetto che era stato ovviamente rubato. Perché diamine
aveva mai stretto amicizia con un ragazzino di quella guisa, accidenti?!
Il silenzio parve
infinito: il papà guardò la mamma, interrogativo; il fratello di Matteo lo
squadrò senza parlare, ma gli si leggeva chiaro in faccia un terrificante
‘l’hai fatta troppo grossa, stavolta, bel pasticcione!’ Nessuno guardava
Filippo, ma lui si sentiva nudo al centro della scena e doveva fare pipì.
“Matteo, tu ne
sai nulla?” Tanto era suonato accusatorio il ‘Matteo’, che la fine della frase
uscì innaturalmente melliflua dalla bocca del padre.
Matteo capì che lo
si sospettava proprio mentre rispondeva: “La palla è.. forse era.. magica… è
volata…”
Il padre
sacrificò la violenta incazzatura che stava per prenderlo alla sola idea
d’esser stato gabbato, lui guardiano fedele, proprio dal figlio, per poter
attingere tutte le informazioni possibili dal bimbo, prima che egli si
spaventasse troppo: “Matteo caro, sì, quella bella palla che sembrava
addirittura magica; proprio di quella stiamo parlando.. l’hai vista da qualche
parte, o hai visto qualcosa lì intorno che ci può aiutare a ritrovarla? Dimmi
tutto quello che ricordi, caro…”
Matteo avvolse
con uno sguardo spaventato tutta la stanza, passando dal padre alla mamma, poi
a Filippo, il fratello, Filippo di nuovo. Filippo sfuggiva ogni sguardo.
“Ieri siamo
andati a guardarla con Filippo. Io non ho visto niente.. pensavamo che..
insomma è magica, forse.. magari c’è una magia ed è sparita”.
“Non avete visto
nessuno intorno alla palla?” chiese il padre
“No..” rispose
Matteo
“E tu hai visto
qualcosa?” chiese il padre a Filippo
“No, mi
dispiace”. Mentre rispondeva si chiedeva se i tempi fossero giusti. Forse
avrebbe dovuto riflettere di più.
Pranzarono. C’era
un silenzio innaturale. Il fratello di Matteo non pranzò con loro, ma andò al
paese a avvisare i Carabinieri della “sparizione”, così la chiamarono. Quel
pranzo fece su e giù innumerevoli volte, prima di finire nella tazza del water,
vomitato in silenzio, per quanto possibile, nella notte da un povero adulto di
soli sette anni. Non ci furono conseguenze di nessun tipo per Matteo e Filippo,
ma i rapporti tra i due andarono raffreddandosi sempre più nei giorni, fin
quando Filippo – cogliendo la scusa del cattivo rendimento in aritmetica, che
lo obbligava a recarsi due o tre volte a settimana dalla maestra subito dopo
pranzo per recuperare – cessò anche l’abitudine delle visite al cimitero. E fu
un sollievo: non sopportava più né la vista di Matteo, né tanto meno il passare
due volte al giorno in quel maledetto viale, in quel punto dove la sepoltura
del sepolto aveva avuto luogo in gran segreto, in quel punto dove solo uno
sapeva cosa era successo e nessun altro lo avrebbe mai saputo.
Almeno fino a
quel giorno sotto le granate austriache. Pioveva, e faceva un freddo umido, di
quelli che ti entrano dentro le ossa e non ti lasciano per ore, anche quando
riesci a scaldarti davanti a un bel fuoco. Ed erano giorni che di fuochi non se
ne parlava, bloccati com’erano sul cucuzzolo di quella montagna, circondati
dagli austriaci e irraggiungibili dai rinforzi. Tutto quello che erano riusciti
a fare era stato scavare in fretta una trincea, una buca, insomma, e
nascondercisi dentro per evitare almeno le scheggie delle granate che piovevano
da tutte le parti a intervalli irregolari, a qualsiasi ora del giorno o della
notte: un inferno.
“Matteo, devo
dirtelo, la truppa non ce la fa più, questi tra un po’ fanno qualcosa di
sconsiderato, tipo disertare o – peggio – arrendersi. Che facciamo?”
Matteo aveva
studiato, s’era iscritto all’università e aveva frequentato con buon profitto i
primi due anni di ingegneria. Quando era scoppiata la guerra e le prime perdite
italiane al fronte avevano fatto capire che non si guardava più l’età o le
intenzioni belligeranti: tutti gli abili dovevano andare al fronte, gli erano
volati sulle spalle addirittura i gradi di tenente. Ora guardava il sergente
Filippo Sartori, in ginocchio davanti a lui e sentiva il peso di una
responsabilità che non avrebbe mai voluto avere: quei cinquanta poveracci erano
isolati su una montagna maledetta, mandati allo sbaraglio da alti ufficiali che
di bombe forse non avevano mai sentito parlare, ma per i quali ‘mantenere una
presenza negli avanposti montani e non cedere neanche un metro, se non a caro
prezzo’ suonava come una bella cosa: forse non avevano mai visto lo sguardo
vuoto di un commilitone perdersi nell’abbandono della morte, mentre il sangue,
il caro prezzo, gli scorreva a fiotti dalle membra squarciate da una bomba.
“Resistere, te
l’ho detto: qualcuno arriverà a aiutarci o loro si stancheranno”
“Resistere dici?
Lo sai che è da due giorni che facciamo il gioco dell’acciarino? Quante
munizioni pensi che abbiamo, ormai?”
Il gioco
dell’acciarino era una cosa inventata dai soldati della prima guerra mondiale.
Era importante - nelle fasi più prolungate di una battaglia isolata sulle
montagne - non far capire al nemico quante vettovaglie e munizioni si avessero,
perché spesso in una guerra di posizione, erano proprio gli aspetti logistici a
determinare la vittoria o la sconfitta. E lassù la sconfitta voleva dire il
peggio. Quando le munizioni stavano per finire spesso si udivano radi spari ed
era sempre un soldato per volta in un plotone, che era incaricato di sparare
quando nella trincea avversaria si sentiva un rumore o vedeva un movimento. Era
un modo per dire “io ci sono: sta’ attento perché se provi a uscire dalla
trincea, non supererai la distanza del campo che ci separa”. Ovviamente più
spari si sentivano da parte avversaria, più si capiva che la logistica li aveva
riforniti e che non avrebbero ceduto facilmente. Di notte, aiutati dalle eco
delle montagne vicine, gli spari sembravano moltiplicarsi, e per dare
l’impressione di spari multipli, due o tre commilitoni facevano scintillare
visibilmente i loro acciarini col braccio fuori dalla trincea (gioco
pericoloso) cercando di sincronizzarsi con quelle eco: l’effetto era quello di
aver l’impressione di trovarsi di fronte a un piccolo fuoco di fila, che era
qualcosa che soltanto in abbondanza di munizioni ci si poteva permettere.
“Non son certo di
volerlo sapere Filippo”.
“Ma io devo
dirtelo: meno di un caricatore a testa: è finita, capisci? I rinforzi non
arriveranno”.
“Merda!”
“Bisogna tentare
qualcosa in estremo”
“Che hai in
mente, Filippo?”
“Tre volontari
stanotte si allontanano, verso quell’abete laggiù, a nord, voi ci coprite
facendo casino sulla parte opposta della trincea; ci scaviamo una fossa rapidi
e accendiamo un fuoco: loro pensano che abbiamo un guaio grosso e cercano di
accerchiarci. Appena si sono messi in posizione, e lo faranno dandovi le
spalle, vedi? Il costone li obbliga a disporsi in semicerchio sulla terrazza
più bassa; cercheranno di capire se in questa trincea c’è ancora qualcuno, e
voi farete silenzio e non reagirete alle loro provocazioni, come se tutti ci fossimo
spostati là; se siamo fortunati e ci accerchiano laggiù, voi avete un varco per
scendere, perché saranno costretti a liberare il sentiero, se non vogliono
dividersi. E loro non si divideranno: lo sanno che siamo agli estremi e se si
dividono noi tentiamo di attaccarli di sorpresa”.
“Filippo, questa
è una tattica suicida, io non posso e non voglio ordinarla”.
“Matteo, tu non
hai capito: non la stai ordinando, ti sto dicendo che io sto volontariamente
proponendomi per farla, voglio solo che faccia quello che server per reggermi
il gioco”.
“Hai detto tre
volontari? Come pensi possa convincere altri due..”
“Saronno e Gasser
sono con me; ne abbiamo già parlato”.
“Hai fatto già
tutto?.. Dovrei essere io a guidare questa cosa, non tu”.
“Ti sbagli,
Matteo: tu stai guidando la cosa, noi saremo solo un diversivo e saremo in tre.
Tu hai la responsabilità della compagnia e devi coordinarli per farli ritornare
a valle. Io non potrei farlo, e nessun altro. Quindi è giusto che io vada e tu
faccia il resto”.
Seguì un lungo
silenzio: erano giorni che Matteo aveva accettato l’idea di non tornare mai più
(non vivo) a valle. E era riuscito a accettare inconsciamente che nessuno dei
suoi vi riuscisse. Ma questa cosa del suo vecchio amico d’infanzia che ora gli
si proponeva come speranza insperata e vittima necessaria non l’aveva
considerata, sebbene rispondeva perfettamente alle tattiche dei manuali che non
aveva mai avuto tempo di studiare.
“E sia. Come
ufficiale non credo d’aver scelta, come amico..”
“Come amico
vorrei chiederti un piacere io, se mi permetti, Matteo!”
Non gli era mai
passato il vizio di interromperlo mentre diceva qualcosa, neanche ora che gli
era subalterno. Ma questa era stata un’interruzione gradita: le parole per
accomiatarsi per sempre da un commilitone e amico non sono facili, e la
tristezza che ne sarebbe conseguita non si addiceva all’eroismo di cui avevano
tutti e due bisogno per tentare seriamente di salvare almeno una parte di
quella sfortunata Compagnia.
“Parla!”
“Devo dirti un
segreto, ma tu mi devi promettere che non ti arrabbierai per quello che sto per
dirti”.
“Hai la mia
parola: non ho più forza neanche per arrabbiarmi perché stiamo tutti quasi
certi di morire, figurati se..”
“La palla magica:
l’ho rubata io”.
“Di che diavolo
parli, Filippo?”
“Al cimitero, la
palla di alabastro: la portai via il pomeriggio stesso in cui me l’avevi
mostrata, e mi si ruppe per un incidente. L’ho fatta sparire e non ne ho mai
parlato con nessuno”.
Matteo pensò agli
sguardi strani del padre e della madre, a quei tanti pranzi in silenzio, i
genitori seri che lo guardavano di nascosto: lui se n’era accorto, ma non
capiva perché. Non pensava che non si fidassero di lui; aveva la coscienza così
pulita che non avrebbe mai potuto immaginare. Ma c’era un’aria strana nella sua
casa d’infanzia; un alone di dubbio era rimasto lì per anni. Non ce la faceva,
adesso a immaginare come sarebbe stato se – invece di attendere che il padre
fosse tratto d’impaccio mediante la scoperta dei fantomatici ladri del piccolo
e prezioso monumento – tutti i dubbi fossero stati sollevati subito, e si fosse
capito che lui non c’entrava. Lui era stato sospettato dai suoi genitori per
mesi, forse anni, e il padre - frustrato perché si diceva che non aveva
vigilato abbastanza – forse era inconsapevolmente cambiato nei suoi confronti.
Per un attimo ebbe voglia di saltargli al collo, e urlargli ‘che razza di amico
sei?!’. Ma poi perché?
“È successo tanto
tempo fa’. È una cosa dimenticata”. Sentì la sua stessa voce pronunciare una
frase a metà tra la circostanza e il perdono sincero.
“Ma io non potevo
lasciarti senza dirtelo”
“Capisco. È
successo tanto tempo fa’.. ”
“Ce l’hai con
me?”
“No, non credo”
“Allora vado”
“In bocca al
lupo”
“Crepi!”
Seguirono solo
bisbigli, poi il silenzio, rotto solo dalle granate degli austriaci, cui
nessuno rispondeva. Verso le due di mattina si cominciarono a sentire le prime
voci dalla trincea nemica. Ordini. Si stavano preparando. Non pioveva più.
L’aria era gelata e tersa. Probabilmente sarebbe stato il classico attacco con
le prime luci dell’aurora. Vista la stagione intorno alle sette. C’era tempo.
Al segnale di
Matteo, una buona metà delle pallottole furono sparate come se il fuoco di
copertura preludesse all’ultimo attacco disperato. Gli austriaci erano sorpresi,
quasi immobilizzati da quell’improvviso casino, che aveva probabilmente preso
molti nel sonno. Non rispondevano: le braccia dei commilitoni erano alzate con
gli acciarini dei fucili ben in vista: quello che non si poteva usare per
sparare si usava per fare scintille, almeno. Fecero appena in tempo a
abbassarsi, prima che una pioggia di proiettili di mortaio li investisse. Erano
tutti ammucchiati lì nel lato sud della trincea: se un solo colpo fosse finito
dentro sarebbe stata una strage. E invece il colpo più vicino portò una
minivalanga di terra e tanta paura, ma nient’altro. Non durò molto. E come
poteva? Non c’erano più veramente munizioni. In quella condizione la resa
sarebbe stata l’unica opzione sensata, se non avessero avuto ancora la speranza
del diversivo. Chissà se Filippo e gli altri due erano riusciti a arrivare
all’abete? Di casino ce n’era stato tanto. Ma finchè verso le quattro non
cominciarono a vedere il fuoco nella minitrincea che avevano scavato laggiù a
nord, non ne ebbero la certezza. C’erano riusciti! E erano stati veloci.
Avevano strisciato fin laggiù bassi per non fare ombre e poi avevano scavato
una buca in meno di due ore. Dovevano essere sfiniti. Ma continuavano a
eseguire quel piano sciagurato, senza esitazione. Si diventa eroici anche nelle
modalità di darsi, quando si sa che dopo comunque non ci sarà nulla, pensava
Matteo.
Non ci volle
molto, prima che gli austriaci li notassero. E partirono i primi colpi dei
cecchini. Sempre più sfrontati, sempre più dallo scoperto. Nessuno rispondeva.
Dal punto di vista degli austriaci c’era una trincea opposta, che sembrava
vuota: non dava più segni di reazione; e un’altra piccola trincea a nord,
isolata davanti a un dirupo, dove stranamente avevano acceso un fuoco e nessuno
rispondeva alle pallottole avversarie. Quella notte il silenzio era assordante.
Abituati alle orecchie che fischiano per i colpi improvvisi, tutti si sentivano
frastrornati. Ma gli ordini erano già stati impartiti, e ormai il coordinamento
era affidato solo a colpetti di mano sulla spalla del vicino. Così verso le
quattro e mezza tutto il gruppo grande della trincea principale cominciò a
indietreggiare, strisciando nel terreno brullo e umido, senza un rumore, fino
ai cespugli bui. Per fortuna non c’era la luna: le ombre si sarebbero viste.
Due avanguardie si avvicinarono circospette. Guardarono dall’orlo della trincea
dentro. Non avevano il coraggio di accendere neanche un fiammifero. Poverini:
probabilmente tremavano dalla paura, oltre che dal freddo. Appena ebbero la
sensazione che nella trincea non ci fosse nessuno ci si tuffarono dentro.
“Frei!” urlò una
voce. All’eco di quella voce non seguì nulla. Era surreale. Sentivano i passi
dei soldati austriaci (tutti? Solo una parte? Sarebbe stato bello saperlo) che
camminavano curvi e circospetti verso di loro. Quando sfilarono davanti alla
trincea li potevano sentire quasi respirare, tanto era il silenzio. Matteo
aveva paura che qualcuno si tradisse con un minimo movimento o rumore, ma non
avvenne. I soldati continuarono a sfilare davanti alla trincea e scesero verso
l’abete, lenti. Gli italiani restarono piantati nella terra come cadaveri,
confusi nel terreno e immobili. Matteo aspettava ancora che cominciasse
l’ultimo atto, che Filippo iniziasse l’ultima furiosa sparatoria per creare il
secondo diversivo, quello che avrebbe permesso al grosso del gruppo di andare
verso il campo austriaco: l’unico punto da dove era possibile scendere da
quella maledetta montagna, quel culo di sacco in cui s’erano fatti chiudere
ingenuamente, più di due settimane prima.
Stava per fare
una pazzia, urlare di paura quando una mano gli sfiorò la spalla dalla parte
dove nessuno dei suoi commilitoni poteva stare. Non se l’aspettava ed ebbe un
tuffo al cuore. La voce in italiano, bisbigliata nell’orecchio, lo aiutò a
calmarsi:
“È tutto libero,
potete muovervi velocemente: sono scesi tutti verso nord. Dia il comando!”
“Da dove diavolo
sbucate voi?”
“Non c’è tempo,
dobbiamo muoverci”
“Avete munizioni?”
“Si, siamo a
posto”
“Dobbiamo andare
a prendere il Sergente e gli altri due”
“Non possiamo:
siamo comunque in inferiorità numerica. Avremmo attaccato, se non fosse stato
così”.
“Quanti siete?”
“Cinque”
Cinque! Cinque
miseri incursori: quello aveva mandato il comando dopo tutto quel tempo. Non
doveva valere molto la carne d’italiano sul mercato, per Dio! Doveva uccidere
Filippo per la seconda volta? Aveva tutte le munizioni che non aveva potuto
sparare negli ultimi due giorni. Certamente avrebbe potuto fare qualcosa. Ma
non mettere tutti i suoi quaranta e più superstiti in salvo. Non con certezza.
Neanche con una seria speranza. Loro erano troppi di più. E il varco era
aperto. Ora lo sapevano. Avrebbero avuto pochi minuti per svignarsela alla
svelta mentre…
Quanto era dura
la posizione dell’onnipotente, ora: scegliere chi vive e chi muore; lasciar
morire chi è generoso e dare la vita a chi vive con la morte del compagno. Un
controsenso. Una decisione dovuta soltanto dal punto di vista aritmetico.
Matteo non disse nulla. Il silenzio bastava a tutti per far capire cosa si
doveva fare: esattamente quello che s’era deciso ore prima; ma con in più il
rimorso d’essere stati raggiunti dai “rinforzi” con tanto di munizioni.
Mentre scendevano
velocemente il sentiero che li portava a casa, Matteo si chiedeva come mai ci
mettessero tanto tempo, lassù, a rendersi conto d’esser stati gabbati. Filippo
e i suoi avevano fatto proprio un bel casino, all’ultimo. Forse non avevano
neanche sofferto troppo: scatenando la furia aggressiva del nemico avevano
guadagnato una fine rapida, anche se non indolore. Filippo saliva, andando via
da questo mondo. Matteo scendeva la mulattiera, appoggiandosi con le mani per
scendere i gradoni più alti. Forse avrebbe dovuto sentire un immenso sentimento
di riconoscenza verso l’amico. Forse avrebbe dovuto piangerne la perdita. Forse
avrebbe dovuto provare rimorso per averlo lasciato lì, invece di tentare
qualcosa per salvarlo. Ma non provava nulla di tutto questo..