Sunday, March 25, 2012

Una favola qualunque

"Pronto?"
Il numero di telefono che era apparso sul display era associato al suo nome: Sarah. Un tuffo al cuore: lui sapeva che non poteva esser lei, lo sapeva che era morta quasi dieci anni prima, ma comunque era grato a quel qualunque malinteso, contrattempo, difetto che aveva permesso al suo telefonino di ricordargli quel nome: Sarah.
"Si?" rispose a quella voce di donna, di ragazza, forestiera, avrebbe detto di qualche paese balcanico; non somigliava certo all'accento tedesco di Sarah; quell'accento che non aveva mai perso, o forse non aveva mai voluto perdere, nonostante i tanti anni passati in Italia le avessero donato una padronanza completa della lingua di Dante, Manzoni e Pirandello, autori che aveva letto e riletto, come solo un diligente tedesco potrebbe fare.
"Ho ricevuto chiamata da questo numero e non so chi è"
..... seguì una pausa di silenzio, poi la ragazza riprese:
"lei chi è? io non ho suo numero su telefonino e non conosco"
Attese due lunghi secondi
"Si, signorina, sono stato io a chiamare il suo numero, ieri sera. Lo faccio più o meno ogni mese, non a intervalli regolari, ma la cadenza è stata più o meno quella. Anzi, in verità ci sono stati dei periodi in cui lo chiamavo anche tutte le sere, anche più di una volta a sera. Da dieci anni quella voce mi risponde sempre la stessa nenia: Vodafone, messggio gratuito: il numero selezionato è inesistente o momentaneamente irraggiungibile. Beh, sa, signorina.. non so neanche il suo nome, ma non importa.. sa, quel momentaneamente è l'unica consolazione che mi sia rimasta, da quando mi hanno riferito che la mia Sarah è morta nuotando in quell'oceano dall'altra parte del mondo, e che è sepolta tra la laguna e il mare. Non è una cosa che fatico a capire, così come non mi illudo che sia lei, la mia Sarah. So che probabilmente il numero di telefono - dopo così tanto tempo - è stato riassegnato e che lei ora lo considera suo. Ed è suo. Io dovrò interrompere questo vizio che mi porto appresso da tempo, di chiamare la mia Sarah, sperando che per un miracolo, per una curvatura spazio-temporale, o anche per un semplice malinteso o magari una bugia, inavvertitamente mi risponda. Così anche questa ultima usanza (non discuto, malsana!) terminerà e il mio legame con Sarah si farà ancora più flebile, legato solo alla mia memoria fallace. Però quel momentaneamente era una così bella consolazione. Se anche era un disco a ripetere momentaneamente voleva per me dire che un giorno, un bel giorno, quell'incantesimo si sarebbe interrotto, quel viso inerme che galleggiava immerso nei capelli sparsi a raggera, guardando la profondità del mare, con gli occhi, i suoi bei, giovani occhi, sgranati nello sgomento di una vita interrotta troppo presto, quel viso che io tanto amavo e amo ancora, avrebbe ripreso il colorito, quelle palpebre avrebbero sbattuto e lei mi avrebbe detto che quel momento era finito, che lei era tornata da me. Sennza valigie, senza bauli, senza condizioni, era solo tornata per interrompere un brutto sogno. E no, non mi riferisco all'incubo della mia vita senza di lei, perchè quello è un incubo superabile, in realtà io sono andato avanti. L'incubo da interrompere è quello di una ragazza con tanta vita davanti, con tanta vita dentro, che galleggia inerme come un'alga su un mare straniero. Quello no! Non sono mai riuscito a digerirlo. Lo si può chiamare destino, ma per me rimane un incubo inaccettabile. Sarah mi manca, come un pezzo di me stesso, a lei posso dirlo, signorina, perchè se non lo dico a lei non so proprio a chi altro potrei dirlo, visto che a nessuno interessa e che l'unica che potrebbe capirmi è Sarah, che ha già fatto l'ultima vasca da questo mondo a chissà quale. Spero sorrida, se è un angelo, sentendo il mio amore dichiarato così spontaneamente a una sconosciuta; ma le dico, in verità, che io non ho mai smesso d'amarla!"

Così avrebbe dovuto rispondere alla voce della ragazza che, ansiosa solo di sapere se avesse per caso ricevuto la prima telefonata utile, o almeno intrigante sul suo telefonino nuovo, aveva riacceso quel nome sul suo display. E invece inventò una favola, così all'istante, per togliere tutti d'impaccio con qualcosa di verosimile, ma non imbarazzante:

"Ha ragione, l'ho chiamata io, ieri sera, ma per errore: il suo numero di telefono differisce solo per l'ultima cifra da quello d'un mio collega. Mi sono accorto troppo tardi d'aver composto il numero sbagliato e ho messo giù; mi scusi il disturbo".

"Ah.. capito" disse la ragazza sconosciuta. Non aveva nemmeno un quinto della dolcezza della voce di Sarah.
"Allora grazie e ciao". Sembrava delusa. Una giusta delusione: qulla voce d'uomo non era importante per lei, quel numero era da dimenticare.
Molto più grande la delusione di chi cercava Sarah. Anche il suo numero era diventato ormai terreno proibito, chiuso dietro una porta, chiuso per sempre dietro una pietosa favola, inventata all'istante.

Wednesday, March 7, 2012

La pantofola con le orecchie



C'era una volta, tanto tempo fa, una pantofola con le orecchie lunghe lunghe. Ella soleva riposare, pelosa e calda, accanto alla sua compagna, una pantofola normalissima, comoda anche lei, ma senza le orecchie.. un tipo abbastanza ordinario, dunque. La pantofola con le orecchie e quella ordinaria appartenevano a un ragazzo che viveva in un alto palazzo di una metropoli.
Questo ragazzo non era molto contento della pantofola con le orecchie, perchè spesso le orecchie della sua pantofola finivano sotto l'altra pantofola e allora il ragazzo inciampava. Poichè questo accadeva solitamente di notte, quando cioè le pantofole di tutti i generi vengono indossate con più frequenza, si creavano situazioni abbastanza imbarazzanti. A volte il ragazzo versava sul tappeto del soggiorno il succo di frutta con cui pensava di concludere una cena, a volte rischiava di farsi male cadendo in bagno, per non parlare poi degli inquilini del piano di sotto che di tanto in tanto udivano il rovinoso rotolio di qualsiasi oggetto il ragazzo avesse tenuto in mano mentre tentava di camminare con quella pantofola al piede.

Nulla da fare: non era una pantofola adatta! Una sera il ragazzo tornò a casa con un intero paio di pantofole nuove di zecca e la pantofola dalle lunghe orecchie finì chiusa sul fondo di un armadio e quasi dimenticata. E in realtà non si sentì triste, lì per lì, perchè non fa piacere a nessuno avere le orecchie calpestate. Ma dopo poco, la vita segregata della pantofola chiusa nell'armadio non apparve più tanto piacevole. Era sempre al buio e in un luogo angusto. Non c'era neanche quel poco di luce per capire se era sola lì oppure no. Ma - quel ch'era peggio - si sentiva assolutamente inutile.

Inutile fino alla notte in cui sentì il suo padrone di una volta, il giovane ragazzo, agitarsi durante la notte nel letto. Sembrava dormire a tratti, ma poi menava schiaffi a non si sa cosa, e inveiva nel sonno. Venne poi fuori che una zanzara lo torturava, levandogli il sonno. Dopo qualche ora passata a schiaffare con stizza la testa sotto il cuscino, a lanciar ogni sorta di oggetti, a schiaffeggiarsi inutilmente cercando di schiacciare, o almeno di scacciare, lo scocciante insetto, il ragazzo accese la luce, e s'aggirò nella stanza da letto, cercando un attrezzo per uccidere quella peste della natura. La pantofola, quando vide la luce trafilare dalla porta dell'armadio che finalmente s'apriva, sentì la gioia pervaderle il pelo paffuto.

Ma già da come il ragazzo la stringeva, dalla posizione anormale in cui egli la teneva, saldamente aggrappata per il tacco e con il naso in aria dimenandosi qua e là, ella capì che non era per esser indossata che era stata tirata fuori dall'armadio. Oh tristezza, oh sofferenza, oh imbarazzo! Non solo il ragazzo la sbatteva con violenza contro il muro, nel meschino tentativo di ammazzare la zanzara (per altro senza riuscirci), ma la povera pantofola non osava pensare di dover essere proprio lei, un esserino gentile per definizione, abituato alla casa, alla calma, al calore, alla tranquillità, a dover addirittura "uccidere"! Beh, comunque non c'era pericolo: nonostante le orecchie della povera pantofola svolazzassero qua e là, nè la suola nè le orecchie passarono mai neanche vicino alla lesta zanzara che se la spassava a svolazzare attorno al ragazzo, inviperito dal sonno perduto.

Cosa avrebbe mai potuto capitare di peggio? La povera pantofola ormai non capiva se le sue sofferenze derivavano più dal mal di testa che ormai la pervadeva, dopo esser stata sbattuta su una superficie, la parete, che non le era consona, abituata com'era a camminare al suolo, come ogni calzatura che si rispetti, o dalla vergogna per i vicini, che - indispettiti anche da quel battere e ribattere sulle pareti - cominciavano a esprimere a voce molto alta le loro rimostranze, anche nel cuore della notte. La povera pantofola aveva sentito parlar di comportamenti similmente disdicevoli soltanto a proposito degli zoccoli, elementi mediamente poco raccomandabili che aveva visto solo di sfuggita nel negozio di scarpe dove aveva alloggiato all'inizio della sua carriera e per breve tempo. Dopo di allora, per fortuna, non s'era mai più imbattuta in quei tipi volgari, rumorosi, maleducati di calzatura; ma ora! Ora si sentiva lei stessa una di quei molesti calzamenti in legno. Già, cosa avrebbe mai potuto capitare di peggio?

Ma il peggio non è mai finito, così la zanzara si poggiò sulla finestra, illuminata di sguincio da una luce che la rese così visibile al ragazzo da farla quasi apparire una facile preda. E il ragazzo la guardò per un attimo, abbassò lo sguardo verso la povera pantofola con le lunghe orecchie, che cercò di fargli capire che quello che aveva in mente era tutto meno che sensato ma, vuoi per le lunghe orecchie che mascherarono il suo diniego, vuoi per la scarsezza dei riflessi del ragazzo ormai assonnato e esasperato, lui non s'avvide di quel "no, no!" che la pantofola cercò di suggerire e la scagliò con quanta forza aveva in corpo contro la zanzara sulla finestra.

C'eran dubbi? La zanzara non la colpì (e questo fu un bene, perché bistrattata si, ma di diventare una pantofola assassina la nostra orecchiuta amica non avrebbe davvero voluto saperne!) ma il vetro si!! E quello se n'andò in frantumi, con un fragore che fece accendere parecchie finestre del palazzo di fronte, richiamando a più miti consigli il ragazzo che - lesto - spense le luci e si rintanò nel più imbarazzato silenzio, sperando che nessuno potesse connettere quel putiferio con lui.

Dopo un volo di due piani la pantofola atterrò su un balconcino. Non era pesante e le orecchie facevano un po' da paracatute, quindi non si fece tanto male. Ma sul balconcino presto arrivò un signore, che la raccolse. A testa in giù, intirizzita dal freddo e con una scheggia di vetro ancora incastrata in un orecchio, la pantofola aperse gli occhi e inorridì: il signore era grasso, ma grasso.. grasso come mai prima aveva visto nessuno. Era di un grasso che per fare qualsiasi cosa pareva dovesse spostare del grasso. Per sgranare gli occhi e guardare la pantofola, dovette spostare la grassa fronte; per sollevare la pantofola dovette alzare il peso di un braccio che sembrava un dirigibile; per schiaffare la testa nella cassapanca dove rovistò per un bel po', cercando una compagna che fosse degna seconda della nostra amica orecchiuta fece una fatica così penosa, che la pantofola pensò sarebbe morto!!

E invece non morì; anzi trovò una compagna di salotto - sola da tempo - per indossarle insieme. La cosa non sarebbe stata piacevole per nulla, pensava la pantofola dalle lunghe orecchie. Quel grassone doveva pesare almeno duecento chili: l'avrebbe ridotta una sottiletta. E chissà che male, quando la nuova compagna avesse calpestato le sue orecchie con tutto quel peso sopra. Ohi ohi!! Avrebbe voluto non esserci.

Così, semmai la pantofola con le orecchie avesse avuto anche le braccia, le avrebbe certamente usate per coprirsi gli occhi e non vedere il disatro che di lì a poco sarebbe successo, allorchè il grassone avesse tentato di muovere i primi passi con la pantofola orecchiuta al piede. Ma è chiaro che al mondo ci sono disegni che non si capiscon bene da subito, perchè quella brutta situazione non era affatto male. Il grassone era così grasso, ma così grasso, che il suo passo, seppur pesante come un masso e goffo come un orso, lo obligava comunque a mettere i piedi a gran distanza l'uno dall'altro. Il grassone insomma camminava come se stesse guadando un fiume su dei pietroni posti a una certa distanza l'uno dall'altro, ondeggiando ora di qua, e ora di là. Quando riaprì gli occhi dopo i primi passi, la pantofola con le orecchie ebbe modo di chiedere alla sua collega pantofola, che faceva su e giù con lei, agganciata all'altro piedone del grassone:
"Ma.. cammina sempre così?"
"Si" rispose quella, "non è buffo?"

"E'... è bellissimo!" si sentì dire la pantofola con le orecchie.. era veramente l'unica persona sulla faccia della terra che potesse indossare la pantofola con le orecchie e camminare per ore e ore, senza mai inciampare nelle orecchie. In più il grassone era una persona allegra, come la maggior parte dei grassi, e la pantofola con le orecchie, insieme alla sua nuova compagna, passarono tante tante serate spensierate, accompagnando il loro nuovo grasso padrone in giro per tutta la casa e ridendo con lui di tutte le cose semplici che capitavan loro sott'occhio.