Tuesday, July 31, 2012

La sfera magica

È un po’ lunga: me ne scuso con chi ha fretta. Ma dobbiamo diffidare della fretta, che spesso nasconde intenzioni peggiori..

C’erano una volta due amici, due bimbi di sei e sette anni, che vivevano in un piccolo paese di montagna, situato al nord, in una zona di confine. I loro nomi erano Matteo e Filippo. Matteo era il figlio del guardiano del cimitero del paese, e viveva con il papà e la mamma in una piccola casa di guardiania all’ingresso del camposanto, qualche chilometro fuori dal paese, alla fine di una strada che prima scendeva dall’altura dove il paese era arroccato e poi si arrampicava su un’altura vicina, in un viale dritto e cinto da alti cipressi. Filippo era un bimbo cui piaceva tantissimo andare in bicicletta, e ogni giorno percorreva la distanza tra il paese e il cimitero anche due volte al giorno: c’era poco traffico ed era raro vedere un’automobile in quei pressi a quei tempi, e il tragitto verso il cimitero era perfetto, per via della discesa inizale, per provare quella bellissima sensazione di vento nei capelli e velocità, di cui ormai Filippo non sapeva più fare a meno; tuttavia la salita seguente, e soprattutto la via del ritorno, erano molto dure e non c’erano bimbi di quella età che si arrischiassero a percorrerla, a parte lui. Lui ormai era allenato e – se la mamma glie lo avesse concesso – avrebbe potuto correre in quella strada anche di notte, alla luce della luna. Così avvenne che Filippo divenisse il miglior amico di Matteo: si incontravano tutti i giorni a scuola, dove Matteo arrivava, accompagnato dalla mamma o dal papà, e quando la scuola era finita, Filippo accompagnava Matteo per la discesa verso il cimitero, poi scendevano dalla bici e insieme camminavano per la salita, fino a giungere alla casa di Matteo. Spesso rimanevano insieme a fare i compiti o – meglio – a giocare nella zona del cimitero. S’era creata tra i due qualcosa di più grande di una mera amicizia tra due compagni di scuola. Era una specie di simbiosi. Matteo aveva un po’ paura a sedere sulla canna della vibrante bicicletta mentre Filippo con sapienza la lasciava correre senza toccare i freni per la discesa alberata; Filippo  aveva ricevuto il permesso dai genitori di accompagnare l’amico quando volesse, perché i genitori conoscevano bene il guardiano del cimitero, e sapevano che la zona era sicura, e se – poco dopo la campana del mezzogiorno - non avessero visto arrivare i dua bimbi, presto sarebbero scesi a cercarli. E non ce n’era stato mai il bisogno, a dir la verità.
Dopo mesi passati a condividere i giochi di tutti i giorni e i compiti fatti insieme, i due erano inseparabili. L’ambiente dove giocavano era splendido: non tanto freddo d’inverno e fresco d’estate. Ma molti pensavano fosse strano giocare in un cimitero, quindi Filippo e Matteo erano considerati, a torto, dei bimbi un po’ particolari dai loro dodici compagni di classe; questo li univa ancora di più in intima amicizia.

Un giorno Matteo non si presentò a scuola. Filippo passò le prime due ore di lezione a chiedersi dove fosse, e perché non avesse avvisato che il giorno dopo non si sarebbero visti. All’appello aveva guardato interrogativamente la maestra quando ella aveva chiamato il suo nome; ma lei aveva fatto spalluccia come a dire che non ne sapeva niente. Alla fine della lezione Filippo saltò sulla sua bicicletta e corse più veloce del solito verso la casa di Matteo. Quando giunse in cima al viale alberato e varcò l’arco del cancello spalancato del cimitero, trovò Matteo affacciato alla finestra della guardiola: lo aspettava.
“Sto male. Per quello non sono venuto”
“Che hai?”
“La febbre”
“Non sembra”
“Mi sento meglio ora, forse domani vengo a scuola”
Si sentì una voce femminile da dentro: “non ti stancare, torna a letto altrimenti domani hai di nuovo la febbre!” era la mamma di Matteo.
Matteo non ne voleva proprio sapere di starsene a letto: “Mamma, posso fare una passeggiata con Filippo? È venuto apposta per sapere come sto!”
“Va bene, ma solo dieci minuti, resta dentro il recinto e poi vieni a tavola che oggi mangi prima… e chiedi a Filippo se vuol rimanere a pranzo”
“No, grazie. Torno a casa mia!” rispose educatamente Filippo, non avendo nessuna voglia di pastine in bianco o di pranzi da solo con i genitori e il fratello di Matteo.
Matteo lo guardò furbetto e gli disse uscendo dalla guardiola: “seguimi: vieni a vedere!..”
Andarono insieme lungo il viale principale del cimitero. A circa duecento passi, sull’incrocio principale c’era la tomba della famiglia più ricca del paese. Il giorno prima c’era stato il funerale di un vecchio prozio, un tipo strano, ramo secco della famiglia, ateo convinto, che – con grande scandalo dei benpensanti del paese – aveva voluto esser cremato. I funerali solenni erano dunque stati celebrati senza la presenza del parroco, ma con quella del sindaco e di tutte le autorità. Ma la cosa più incredibile era l’urna cineraria. Non se n’era quasi mai vista una, nel paese cattolicissimo dove vivevano Matteo e Filippo, e certamente non se ne sarebbe vista facilmente un’altra così: era una sfera di alabastro, semitrasparente, con delle figurine umane stilizzate, scolpite in bassorilievo tutto intorno, e con una chiusura così complicata che non s’intuiva come si potesse eventualmente aprire. Una sfera che se non fosse stato per il peso marmoreo sarebbe stata perfetta per giocare a palla rilanciata, per rivendicare poteri sovrannaturali, predire il futuro e chissà che altro, nella fantasia dei ragazzini della loro età.
Filippo rimase a bocca aperta nel vederla la prima volta, e guardò Matteo con sguardo di approvazione. Matteo confermò: “Deve essere in qualche modo magica: ieri sono stato fino a dopo cena a osservarla, e secondo me si muove: si gonfia verso sera e s’illumina, ne sono convinto: sono anche tornato qui dopo cena e nella luce della luna si muoveva, ne sono certo!”.
“Noooo, davvero? Ma non sarà spiritata?”
“Certo che lo è: ci hanno messo le ceneri del pazzo, anche la palla ora è pazza; sono certo che non resterà qui a lungo!” confermò grave Matteo.
Di nuovo la voce della mamma da lontano: “Matteo, vieni! È ora di mangiare”
“Accidenti, devo andare! Ma tu tienila d’occhio: è magica, ti dico”, e scappò via lasciando Filippo interdetto in piedi di fronte alla palla.

Filippo camminò di lato per cambiare prospettiva: quell’oggetto pareva davvero mutare dimensione. Aveva delle luci strane, a seconda che la si guardasse da un’angolazione o dall’altra. Ma lui aveva fame e la strada per casa era lunga. Quella palla sarebbe rimasta lì, poggiata sulla colonnina di marmo, con il suo minicortiletto infiorato intorno; avrebbe compiuto chissà quali sortilegi e né lui, né Matteo avrebbero potuto farci nulla. Che ingiustizia! Nessuno passava mai di lì, in mezzo alla settimana, e alla domenica mancavano ancora tre giorni. Chissà se… provò a toccare la palla, che vibrò, dimostrando che era solo poggiata su quella colonnina. Forse non era tanto pesante.. no, infatti.. era leggerissima: tanto che lui poteva sollevarla agevolmente. Era bello tenerla in mano: pareva viva anche dal punto di vista termico: più calda verso il sole e meno verso la zona ch’era stata in ombra. Chissà se… come spiritato Filippo si tolse lo zaino dalle spalle e lo svuotò dell’astuccio e dell’abbecedeario. Poi pose lo zainetto in terra e con tutta la cura possibile, sollevò la sfera e la infilò dentro lo zaino. Pareva fatto apposta! Chi si sarebbe accorto che la sfera era “volata via” per uno o due giorni? Avrebbe potuto tenerla d’occhio per una notte intera in camera sua, e nessuno avrebbe protestato. Non aveva certo paura di una palla di marmo! Poi sarebbe tranquillamente andato a scuola, nascondendola sotto dei panni, nel suo armadio. Poi sarebbe passato da casa con una scusa, e avrebbe lasciato il libro e preso la sfera, per riportarla al suo posto, assieme alle preziose rivelazioni derivanti da un’intera notte di osservazione! Non c’era certo tempo da perdere: se la sfera era davvero magica, il giorno dopo non sarebbe stata più là! Detto fatto: lo zaino conteneva la sfera, l’astuccio con le matite aveva trovato posto sopra la sfera e il libro stava benissimo sotto il braccio, per il tragitto da lì a casa; non c’era tempo né modo di spiegarlo a Matteo; lo avrebbe fatto il giorno dopo, tanto lui stava male e da casa non lo avrebbero probabilmente fatto uscire più, nel pomeriggio!

Imboccò il cancello del cimitero che era già in velocità sulla discesa, per nulla preoccupato del peso che portava in spalla. Quasi alla fine della discesa, cominciò a prepararsi per arrampicarsi a suon di vigorose pedalate verso il paese. Pedalare era reso particolarmente scomodo, non tanto dal peso, quanto dal dover tenere l’abbecedario stretto sotto il braccio sinistro. Nello sforzo delle pedalate, infatti, il libro scivolò e cadde sull’asfalto. Filippo non se l’aspettava, e si girò indietro per capire cosa fosse quel rumore, ma girandosi non vide un sasso, grande come un pugno, che finì sotto la ruota anteriore della biciclettina, facendogli perdere l’equilibrio. Ahi, ahi che male! Forse s’era sbucciato un ginocchio? S’era strappato la camicia? Macchè, solo un po’ sporcato, ma nulla di grave. Rialzandosi e guardandosi in giro si rese conto che quella era stata forse una delle cadute di bici meno rovinose che avesse mai sperimentato. Finchè sentì che il volume del suo zaino era meno ingombrante di prima. La pressione asnguigna gi precipitò ai piedi e una strana fitta all’inguine lo trapassò, mentre pensava che.. forse.. ma no, speriamo di no.. e invece si! Lo zaino conteneva ora tanti pezzi come di un’anguria rotta irregolarmente, cenere come quella che aveva visto tante volte nel camino freddo, uno strano odore e matite e lapis sparsi. Che disastro!!

Era lì da solo, nel mezzo della strada deserta, sotto il sole ancora quasi allo zenith, la bici sdraiata sull’asfalto e in mano l’unico segno tangibile di una marachella finita male.. tanto male, e un precipizio di rovi sul lato della strada. Non c’era tempo da perdere, né scelte tanto difficili da fare: indietro non si poteva tornare, rivoltare lo zaino verso il precipizio e quasi sorridere dello sbuffo di cenere che preso da una folata, se ne svaporò di lato fu un tutt’uno. Un’occhiata finale, nessun pezzo di alabastro galleggiava sui rovi, presto il muschio, l’umidità e la vegetazione avrebbero fatto il resto. Se non fosse stato un ragazzino di appena sette anni, Filippo avrebbe certo pensato “polvere alla polvere, cenere alla cenere”, ma questa ironia gli mancò. Salì sulla bici e affrontò la salita, per la prima volta senza slancio, ma anzi con una stanchezza maggiore in corpo.

Tutto filò liscio, a casa. Ma la sera, quando invece della sfera, a fargli compagnia nella stanzetta da letto ebbe solo il suo grande Dubbio, Filippo capì che doveva decidere come procedere da lì innanzi. Ammettere la marachella? A chi parlarne? Ma soprattutto, dirlo a Matteo? Perché mai avrebbe dovuto farlo? Lui non c’entrava: forse non saper nulla lo avrebbe addirittura protetto. E se lo avesse tradito? Era o non era più piccolo di un anno? Poteva mai fidarsi? Quante storie! Il silenzio era degli uomini veri. E silenzio sarebbe stato!

Il giorno dopo, a scuola, Matteo si presentò. Era come un’altra persona, per Filippo. C’era tutto un filone nuovo di comportamenti e pensieri, paralleli alla realtà, da dover creare sull’istante, anche per affrontare la conversazione più semplice.
“Come va?”
“Bene” rispondeva Filippo, già chiedendosi dove volesse o potesse arrivare Matteo. Avevano già scoperto che la sfera era sparita? No, certamente no: sarebbe stata la prima cosa che gli avrebbe detto. Ma come avrebbe risposto lui a un semplice ‘come va?’ se non avesse trafugato e poi rotto la sfera? Accidenti, forse stava già sollevando sospetti, ma non sapeva proprio che dire.
“Oggi torniamo insieme?” lo incalzò Matteo.
“Certo che si!” si affrettò Filippo, che rientrava nel personaggio del ragazzino che non sapeva nulla di sfere trafugate e era contento di rivedere l’amico; anzi proseguì: “ti senti meglio?”
“Si, si! Benissimo… non vedo l’ora di tornare a vedere la palla magica”
Che nervi! Di tutto un mondo intorno, proprio di quella sfera doveva parlare? Ma sì! Era giusto, in fondo: quello era l’argomento principale per chiunque non avesse combinato il guaio che aveva combinato lui.. e quindi faceva bene a rientrare in quella parte anche lui, accidenti: “Ci andiamo di corsa appena suona la campanella!” esclamò, quasi ridendo interiormente della sua foga al limite dell’innaturale.

E la campanella suonò, e la sensazione di calore della testa di Matteo accanto alle sue labbra mentre pedalava sulla salita del cimitero era diventata percepibile e fastidiosa, quasi estranea. Ma occorreva pedalare, reggere la parte, continuare, al costo di tutto. Filippo si sentiva ipnotizzato mentre seguiva quel bimbo inopportuno correre sul viale centrale del cimitero verso quella sfera. Tutto correva a una velocità maggiore di quella che il suo cervello pareva riuscire a sostenere. E quello stato come imbambolato gli fu utile, quando si trattò di ostentare sorpresa per quella colonnina in cima alla quale la sfera non c’era più. Filippo rimase a bocca aperta, come se fosse così sorpreso da non riuscire più a parlare. Matteo sembrava eccitato:
“Hai visto? Non c’è più!! È volata via, è volata via, Filippo! La sfera magica non c’è più!!”
Non aveva pensato al da farsi, e quindi non ne ebbe tempo mentre Matteo correva verso la casa del guardiano per avvisare i suoi; per un attimo pensò di fermarlo, richiamarlo, ma l’equazione da risolvere per capire quanto innaturale sarebbe stato quel richiamo nella bocca di chi non sapeva davvero era troppo complessa, quindi l’unica cosa che riuscì a fare fu nulla.
Non era ancora arrivato alla casa quando ne vide uscire il papà di Matteo con un piglio più arrabbiato che preoccupato, seguito dalla madre e dal fratello grande.
“Buon..”
“Ciao, Filippo, vai dentro casa, ora non posso” lo interruppe brusco l’omaccione, scuro in volto.
Filippo e Matteo si trovarono soli in casa, mentre la famiglia di Matteo era tutta fuori a guardare, cercare, controllare. Filippo sentiva un bisogno affliggente di fare pipì, ma si trattenne. Contagiò con la sua paura anche Matteo, che fino a pochi minuti prima sembrava solo eccitato, ma non spaventato dalla sparizione.

“Niente, nessuna traccia di adulto intorno. Non può essere volata” borbottava pesantemente il papà di Matteo rientrando in casa.
“L’avranno rubata, sono stati imprudenti a non murare un oggetto così prezioso”, argomentava la mamma.
Inopportunamente Matteo intervenne: “era una palla magica: è volata via, noi lo sapevamo!”.
Ora Filippo era spaventato, sapeva che quel sentimento traspariva dal livore del suo viso; anche la leggera indecisione con cui Matteo aveva pronunciato quelle parole suonava come atto d’accusa verso loro due, piccoli bimbi immaturi, convinti della magicità di un oggetto che era stato ovviamente rubato. Perché diamine aveva mai stretto amicizia con un ragazzino di quella guisa, accidenti?!
Il silenzio parve infinito: il papà guardò la mamma, interrogativo; il fratello di Matteo lo squadrò senza parlare, ma gli si leggeva chiaro in faccia un terrificante ‘l’hai fatta troppo grossa, stavolta, bel pasticcione!’ Nessuno guardava Filippo, ma lui si sentiva nudo al centro della scena e doveva fare pipì.
“Matteo, tu ne sai nulla?” Tanto era suonato accusatorio il ‘Matteo’, che la fine della frase uscì innaturalmente melliflua dalla bocca del padre.
Matteo capì che lo si sospettava proprio mentre rispondeva: “La palla è.. forse era.. magica… è volata…”
Il padre sacrificò la violenta incazzatura che stava per prenderlo alla sola idea d’esser stato gabbato, lui guardiano fedele, proprio dal figlio, per poter attingere tutte le informazioni possibili dal bimbo, prima che egli si spaventasse troppo: “Matteo caro, sì, quella bella palla che sembrava addirittura magica; proprio di quella stiamo parlando.. l’hai vista da qualche parte, o hai visto qualcosa lì intorno che ci può aiutare a ritrovarla? Dimmi tutto quello che ricordi, caro…”
Matteo avvolse con uno sguardo spaventato tutta la stanza, passando dal padre alla mamma, poi a Filippo, il fratello, Filippo di nuovo. Filippo sfuggiva ogni sguardo.
“Ieri siamo andati a guardarla con Filippo. Io non ho visto niente.. pensavamo che.. insomma è magica, forse.. magari c’è una magia ed è sparita”.
“Non avete visto nessuno intorno alla palla?” chiese il padre
“No..” rispose Matteo
“E tu hai visto qualcosa?” chiese il padre a Filippo
“No, mi dispiace”. Mentre rispondeva si chiedeva se i tempi fossero giusti. Forse avrebbe dovuto riflettere di più.

Pranzarono. C’era un silenzio innaturale. Il fratello di Matteo non pranzò con loro, ma andò al paese a avvisare i Carabinieri della “sparizione”, così la chiamarono. Quel pranzo fece su e giù innumerevoli volte, prima di finire nella tazza del water, vomitato in silenzio, per quanto possibile, nella notte da un povero adulto di soli sette anni. Non ci furono conseguenze di nessun tipo per Matteo e Filippo, ma i rapporti tra i due andarono raffreddandosi sempre più nei giorni, fin quando Filippo – cogliendo la scusa del cattivo rendimento in aritmetica, che lo obbligava a recarsi due o tre volte a settimana dalla maestra subito dopo pranzo per recuperare – cessò anche l’abitudine delle visite al cimitero. E fu un sollievo: non sopportava più né la vista di Matteo, né tanto meno il passare due volte al giorno in quel maledetto viale, in quel punto dove la sepoltura del sepolto aveva avuto luogo in gran segreto, in quel punto dove solo uno sapeva cosa era successo e nessun altro lo avrebbe mai saputo.

Almeno fino a quel giorno sotto le granate austriache. Pioveva, e faceva un freddo umido, di quelli che ti entrano dentro le ossa e non ti lasciano per ore, anche quando riesci a scaldarti davanti a un bel fuoco. Ed erano giorni che di fuochi non se ne parlava, bloccati com’erano sul cucuzzolo di quella montagna, circondati dagli austriaci e irraggiungibili dai rinforzi. Tutto quello che erano riusciti a fare era stato scavare in fretta una trincea, una buca, insomma, e nascondercisi dentro per evitare almeno le scheggie delle granate che piovevano da tutte le parti a intervalli irregolari, a qualsiasi ora del giorno o della notte: un inferno.
“Matteo, devo dirtelo, la truppa non ce la fa più, questi tra un po’ fanno qualcosa di sconsiderato, tipo disertare o – peggio – arrendersi. Che facciamo?”
Matteo aveva studiato, s’era iscritto all’università e aveva frequentato con buon profitto i primi due anni di ingegneria. Quando era scoppiata la guerra e le prime perdite italiane al fronte avevano fatto capire che non si guardava più l’età o le intenzioni belligeranti: tutti gli abili dovevano andare al fronte, gli erano volati sulle spalle addirittura i gradi di tenente. Ora guardava il sergente Filippo Sartori, in ginocchio davanti a lui e sentiva il peso di una responsabilità che non avrebbe mai voluto avere: quei cinquanta poveracci erano isolati su una montagna maledetta, mandati allo sbaraglio da alti ufficiali che di bombe forse non avevano mai sentito parlare, ma per i quali ‘mantenere una presenza negli avanposti montani e non cedere neanche un metro, se non a caro prezzo’ suonava come una bella cosa: forse non avevano mai visto lo sguardo vuoto di un commilitone perdersi nell’abbandono della morte, mentre il sangue, il caro prezzo, gli scorreva a fiotti dalle membra squarciate da una bomba.
“Resistere, te l’ho detto: qualcuno arriverà a aiutarci o loro si stancheranno”
“Resistere dici? Lo sai che è da due giorni che facciamo il gioco dell’acciarino? Quante munizioni pensi che abbiamo, ormai?”

Il gioco dell’acciarino era una cosa inventata dai soldati della prima guerra mondiale. Era importante - nelle fasi più prolungate di una battaglia isolata sulle montagne - non far capire al nemico quante vettovaglie e munizioni si avessero, perché spesso in una guerra di posizione, erano proprio gli aspetti logistici a determinare la vittoria o la sconfitta. E lassù la sconfitta voleva dire il peggio. Quando le munizioni stavano per finire spesso si udivano radi spari ed era sempre un soldato per volta in un plotone, che era incaricato di sparare quando nella trincea avversaria si sentiva un rumore o vedeva un movimento. Era un modo per dire “io ci sono: sta’ attento perché se provi a uscire dalla trincea, non supererai la distanza del campo che ci separa”. Ovviamente più spari si sentivano da parte avversaria, più si capiva che la logistica li aveva riforniti e che non avrebbero ceduto facilmente. Di notte, aiutati dalle eco delle montagne vicine, gli spari sembravano moltiplicarsi, e per dare l’impressione di spari multipli, due o tre commilitoni facevano scintillare visibilmente i loro acciarini col braccio fuori dalla trincea (gioco pericoloso) cercando di sincronizzarsi con quelle eco: l’effetto era quello di aver l’impressione di trovarsi di fronte a un piccolo fuoco di fila, che era qualcosa che soltanto in abbondanza di munizioni ci si poteva permettere.

“Non son certo di volerlo sapere Filippo”.
“Ma io devo dirtelo: meno di un caricatore a testa: è finita, capisci? I rinforzi non arriveranno”.
“Merda!”
“Bisogna tentare qualcosa in estremo”
“Che hai in mente, Filippo?”
“Tre volontari stanotte si allontanano, verso quell’abete laggiù, a nord, voi ci coprite facendo casino sulla parte opposta della trincea; ci scaviamo una fossa rapidi e accendiamo un fuoco: loro pensano che abbiamo un guaio grosso e cercano di accerchiarci. Appena si sono messi in posizione, e lo faranno dandovi le spalle, vedi? Il costone li obbliga a disporsi in semicerchio sulla terrazza più bassa; cercheranno di capire se in questa trincea c’è ancora qualcuno, e voi farete silenzio e non reagirete alle loro provocazioni, come se tutti ci fossimo spostati là; se siamo fortunati e ci accerchiano laggiù, voi avete un varco per scendere, perché saranno costretti a liberare il sentiero, se non vogliono dividersi. E loro non si divideranno: lo sanno che siamo agli estremi e se si dividono noi tentiamo di attaccarli di sorpresa”.
“Filippo, questa è una tattica suicida, io non posso e non voglio ordinarla”.
“Matteo, tu non hai capito: non la stai ordinando, ti sto dicendo che io sto volontariamente proponendomi per farla, voglio solo che faccia quello che server per reggermi il gioco”.
“Hai detto tre volontari? Come pensi possa convincere altri due..”
“Saronno e Gasser sono con me; ne abbiamo già parlato”.
“Hai fatto già tutto?.. Dovrei essere io a guidare questa cosa, non tu”.
“Ti sbagli, Matteo: tu stai guidando la cosa, noi saremo solo un diversivo e saremo in tre. Tu hai la responsabilità della compagnia e devi coordinarli per farli ritornare a valle. Io non potrei farlo, e nessun altro. Quindi è giusto che io vada e tu faccia il resto”.
Seguì un lungo silenzio: erano giorni che Matteo aveva accettato l’idea di non tornare mai più (non vivo) a valle. E era riuscito a accettare inconsciamente che nessuno dei suoi vi riuscisse. Ma questa cosa del suo vecchio amico d’infanzia che ora gli si proponeva come speranza insperata e vittima necessaria non l’aveva considerata, sebbene rispondeva perfettamente alle tattiche dei manuali che non aveva mai avuto tempo di studiare.
“E sia. Come ufficiale non credo d’aver scelta, come amico..”
“Come amico vorrei chiederti un piacere io, se mi permetti, Matteo!”

Non gli era mai passato il vizio di interromperlo mentre diceva qualcosa, neanche ora che gli era subalterno. Ma questa era stata un’interruzione gradita: le parole per accomiatarsi per sempre da un commilitone e amico non sono facili, e la tristezza che ne sarebbe conseguita non si addiceva all’eroismo di cui avevano tutti e due bisogno per tentare seriamente di salvare almeno una parte di quella sfortunata Compagnia.

“Parla!”
“Devo dirti un segreto, ma tu mi devi promettere che non ti arrabbierai per quello che sto per dirti”.
“Hai la mia parola: non ho più forza neanche per arrabbiarmi perché stiamo tutti quasi certi di morire, figurati se..”
“La palla magica: l’ho rubata io”.
“Di che diavolo parli, Filippo?”
“Al cimitero, la palla di alabastro: la portai via il pomeriggio stesso in cui me l’avevi mostrata, e mi si ruppe per un incidente. L’ho fatta sparire e non ne ho mai parlato con nessuno”.

Matteo pensò agli sguardi strani del padre e della madre, a quei tanti pranzi in silenzio, i genitori seri che lo guardavano di nascosto: lui se n’era accorto, ma non capiva perché. Non pensava che non si fidassero di lui; aveva la coscienza così pulita che non avrebbe mai potuto immaginare. Ma c’era un’aria strana nella sua casa d’infanzia; un alone di dubbio era rimasto lì per anni. Non ce la faceva, adesso a immaginare come sarebbe stato se – invece di attendere che il padre fosse tratto d’impaccio mediante la scoperta dei fantomatici ladri del piccolo e prezioso monumento – tutti i dubbi fossero stati sollevati subito, e si fosse capito che lui non c’entrava. Lui era stato sospettato dai suoi genitori per mesi, forse anni, e il padre - frustrato perché si diceva che non aveva vigilato abbastanza – forse era inconsapevolmente cambiato nei suoi confronti. Per un attimo ebbe voglia di saltargli al collo, e urlargli ‘che razza di amico sei?!’. Ma poi perché?

“È successo tanto tempo fa’. È una cosa dimenticata”. Sentì la sua stessa voce pronunciare una frase a metà tra la circostanza e il perdono sincero.

“Ma io non potevo lasciarti senza dirtelo”
“Capisco. È successo tanto tempo fa’.. ”
“Ce l’hai con me?”
“No, non credo”
“Allora vado”
“In bocca al lupo”
“Crepi!”

Seguirono solo bisbigli, poi il silenzio, rotto solo dalle granate degli austriaci, cui nessuno rispondeva. Verso le due di mattina si cominciarono a sentire le prime voci dalla trincea nemica. Ordini. Si stavano preparando. Non pioveva più. L’aria era gelata e tersa. Probabilmente sarebbe stato il classico attacco con le prime luci dell’aurora. Vista la stagione intorno alle sette. C’era tempo.

Al segnale di Matteo, una buona metà delle pallottole furono sparate come se il fuoco di copertura preludesse all’ultimo attacco disperato. Gli austriaci erano sorpresi, quasi immobilizzati da quell’improvviso casino, che aveva probabilmente preso molti nel sonno. Non rispondevano: le braccia dei commilitoni erano alzate con gli acciarini dei fucili ben in vista: quello che non si poteva usare per sparare si usava per fare scintille, almeno. Fecero appena in tempo a abbassarsi, prima che una pioggia di proiettili di mortaio li investisse. Erano tutti ammucchiati lì nel lato sud della trincea: se un solo colpo fosse finito dentro sarebbe stata una strage. E invece il colpo più vicino portò una minivalanga di terra e tanta paura, ma nient’altro. Non durò molto. E come poteva? Non c’erano più veramente munizioni. In quella condizione la resa sarebbe stata l’unica opzione sensata, se non avessero avuto ancora la speranza del diversivo. Chissà se Filippo e gli altri due erano riusciti a arrivare all’abete? Di casino ce n’era stato tanto. Ma finchè verso le quattro non cominciarono a vedere il fuoco nella minitrincea che avevano scavato laggiù a nord, non ne ebbero la certezza. C’erano riusciti! E erano stati veloci. Avevano strisciato fin laggiù bassi per non fare ombre e poi avevano scavato una buca in meno di due ore. Dovevano essere sfiniti. Ma continuavano a eseguire quel piano sciagurato, senza esitazione. Si diventa eroici anche nelle modalità di darsi, quando si sa che dopo comunque non ci sarà nulla, pensava Matteo.

Non ci volle molto, prima che gli austriaci li notassero. E partirono i primi colpi dei cecchini. Sempre più sfrontati, sempre più dallo scoperto. Nessuno rispondeva. Dal punto di vista degli austriaci c’era una trincea opposta, che sembrava vuota: non dava più segni di reazione; e un’altra piccola trincea a nord, isolata davanti a un dirupo, dove stranamente avevano acceso un fuoco e nessuno rispondeva alle pallottole avversarie. Quella notte il silenzio era assordante. Abituati alle orecchie che fischiano per i colpi improvvisi, tutti si sentivano frastrornati. Ma gli ordini erano già stati impartiti, e ormai il coordinamento era affidato solo a colpetti di mano sulla spalla del vicino. Così verso le quattro e mezza tutto il gruppo grande della trincea principale cominciò a indietreggiare, strisciando nel terreno brullo e umido, senza un rumore, fino ai cespugli bui. Per fortuna non c’era la luna: le ombre si sarebbero viste. Due avanguardie si avvicinarono circospette. Guardarono dall’orlo della trincea dentro. Non avevano il coraggio di accendere neanche un fiammifero. Poverini: probabilmente tremavano dalla paura, oltre che dal freddo. Appena ebbero la sensazione che nella trincea non ci fosse nessuno ci si tuffarono dentro.
“Frei!” urlò una voce. All’eco di quella voce non seguì nulla. Era surreale. Sentivano i passi dei soldati austriaci (tutti? Solo una parte? Sarebbe stato bello saperlo) che camminavano curvi e circospetti verso di loro. Quando sfilarono davanti alla trincea li potevano sentire quasi respirare, tanto era il silenzio. Matteo aveva paura che qualcuno si tradisse con un minimo movimento o rumore, ma non avvenne. I soldati continuarono a sfilare davanti alla trincea e scesero verso l’abete, lenti. Gli italiani restarono piantati nella terra come cadaveri, confusi nel terreno e immobili. Matteo aspettava ancora che cominciasse l’ultimo atto, che Filippo iniziasse l’ultima furiosa sparatoria per creare il secondo diversivo, quello che avrebbe permesso al grosso del gruppo di andare verso il campo austriaco: l’unico punto da dove era possibile scendere da quella maledetta montagna, quel culo di sacco in cui s’erano fatti chiudere ingenuamente, più di due settimane prima.

Stava per fare una pazzia, urlare di paura quando una mano gli sfiorò la spalla dalla parte dove nessuno dei suoi commilitoni poteva stare. Non se l’aspettava ed ebbe un tuffo al cuore. La voce in italiano, bisbigliata nell’orecchio, lo aiutò a calmarsi:

“È tutto libero, potete muovervi velocemente: sono scesi tutti verso nord. Dia il comando!”
“Da dove diavolo sbucate voi?”
“Non c’è tempo, dobbiamo muoverci”
“Avete munizioni?”
“Si, siamo a posto”
“Dobbiamo andare a prendere il Sergente e gli altri due”
“Non possiamo: siamo comunque in inferiorità numerica. Avremmo attaccato, se non fosse stato così”.
“Quanti siete?”
“Cinque”

Cinque! Cinque miseri incursori: quello aveva mandato il comando dopo tutto quel tempo. Non doveva valere molto la carne d’italiano sul mercato, per Dio! Doveva uccidere Filippo per la seconda volta? Aveva tutte le munizioni che non aveva potuto sparare negli ultimi due giorni. Certamente avrebbe potuto fare qualcosa. Ma non mettere tutti i suoi quaranta e più superstiti in salvo. Non con certezza. Neanche con una seria speranza. Loro erano troppi di più. E il varco era aperto. Ora lo sapevano. Avrebbero avuto pochi minuti per svignarsela alla svelta mentre…

Quanto era dura la posizione dell’onnipotente, ora: scegliere chi vive e chi muore; lasciar morire chi è generoso e dare la vita a chi vive con la morte del compagno. Un controsenso. Una decisione dovuta soltanto dal punto di vista aritmetico. Matteo non disse nulla. Il silenzio bastava a tutti per far capire cosa si doveva fare: esattamente quello che s’era deciso ore prima; ma con in più il rimorso d’essere stati raggiunti dai “rinforzi” con tanto di munizioni.

Mentre scendevano velocemente il sentiero che li portava a casa, Matteo si chiedeva come mai ci mettessero tanto tempo, lassù, a rendersi conto d’esser stati gabbati. Filippo e i suoi avevano fatto proprio un bel casino, all’ultimo. Forse non avevano neanche sofferto troppo: scatenando la furia aggressiva del nemico avevano guadagnato una fine rapida, anche se non indolore. Filippo saliva, andando via da questo mondo. Matteo scendeva la mulattiera, appoggiandosi con le mani per scendere i gradoni più alti. Forse avrebbe dovuto sentire un immenso sentimento di riconoscenza verso l’amico. Forse avrebbe dovuto piangerne la perdita. Forse avrebbe dovuto provare rimorso per averlo lasciato lì, invece di tentare qualcosa per salvarlo. Ma non provava nulla di tutto questo..

Monday, April 9, 2012

La favola di Pasqua

C'era una volta una casetta in una città, dove le case non erano mai troppo alte: uno o due piani al massimo. La casetta stava in un quartiere verde, dove le altalene nei giardini sembravano nuove anche se erano lì da parecchi anni. Tutti i pomeriggi, soprattutto nella stagione buona, i bimbi di tutto il quartiere si ritrovavano in quei giardini, e giocavano tra loro spensierati, mentre alcuni dei genitori portavano a spasso i cagnolini o cullavano dolcemente i fratellini più piccoli. C'erano signori e signore di tutte le età, nei giardini; parlavano tra loro e si salutavano affabilmente quando si incontravano e trascorrevano alcune ore assieme, godendosi il tiepido calore del sole pulito di primavera; lì in quei giardini si parlava spesso di cose di tutti i giorni, come della ringhiera al lato della stradina centrale del quartiere, quella sulla quale più o meno tutti si trovavano a poggiar la mano quando la domenica andavano verso il centro, chi per andare a messa, chi per comprare un dolce per festeggiare la festa, il giorno in cui quasi tutti si riposavano. Quella ringhiera aveva proprio bisogno di una riverniciata, eh sì! E il fabbro del quartiere aveva promesso di farlo quanto prima, ma aveva tanto lavoro e tardava un po'.

Si parlava di mestieri, e il fabbro sembrava invidiare un po' la tranquillità mattutina del panettiere; ma il panettiere pensava che il banchiere fosse molto importante perchè doveva guadagnarsi la fiducia di tutti; però tutti pensavano che i due pompieri fossero certamente quelli che più di ogni altro meritassero fiducia, perchè quelle poche volte (per fortuna!) che c'era bisogno di loro, essi dovevano essere precisi e agire con sangue freddo e nervi saldi. Forse avevano tutti ragione, o forse tutti torto, pensava il parroco, che in cuor suo riteneva che lo spazzino avesse le sue stesse responsabilità: già perchè tener pulita la città era un po' come tener pulite le anime dei fedeli. E ai non fedeli? Beh, il giornalista sentiva un po' il peso della responsabilità di informare tutti, fedeli e non, riportando con esattezza i fatti e limitandosi nei commenti, ché tutti in fondo erano capaci di formarsi dei pareri per conto loro, e quindi di commenti non c'era tanto bisogno. Però di notizie, sui giornali, si faceva ben attenzione a riportarne altrettante di buone e di meno buone, anche se così magari si rischiava di vender meno giornali, perchè si sa che la gente si interessa più alle notizie cattive che non alle altre. Eppure, a saperle cercare, le cose buone accadevano, e il giornalista faceva soprattutto attenzione a rendere onore alle buone notizie così come a riportare quelle cattive, perchè alla notte segue sempre il giorno ed è opportuno che tutti si sappia che non c'è solo la sfortuna e il male, ma anche tante belle azioni, tante idee giuste e tante iniziative baciate dalla buona sorte.
La maestra delle scuole elementari e i professori del liceo erano un po' in pensiero, invece; e approfittavano di quelle passeggiate nei giardini per parlare tra loro di come stava crescendo la gioventù del quartiere. Certo era una bella responsabilità quella che avevano da portare avanti: loro - che se esprimevano un giudizio su uno dei loro allievi - quasi certamente il giorno dopo ricevevano la visita di ambedue i genitori, vestiti più elegantemente del solito per rispetto, per chidere consigli e condividere idee su come aiutare il piccolo studente a superare qualche difficoltà. Il medico era un tipo molto simpatico; pensava d'esser diverso dall'idraulico, con cui era grande amico (li si vedeva giocare sempre assieme a carte al bar del centro del quartiere, alla sera); lui riteneva che i corpi fossero in fondo degli impianti, anche se molto complessi. Certo, nei tubi degli impianti che faceva l'idraulico scorreva acqua o gas, ma non la vita. E per quello - ammetteva il medico - lui dedicava meno attenzione dell'idrauilco a quegli "impianti", per poter chiedere ai suoi pazienti tutto quello che c'era da sapere sui loro sentimenti, su come s'erano svegliati quella mattina, su cosa li rendeva felici e cosa li angustiava.
Pochi avevano un televisore. Non serviva averne uno, in realtà: per le notizie bastaavano pochi minuti, e al bar o alla radio - per chi non gradiva leggere il giornale - le notizie arrivavano in abbondanza. Al di fuori delle notizie, la vita fuori all'aperto, o anche al teatro d'inverno, era così ricca e divertente - al punto da far scoppiar la gente i risate sazie, per quanto era divertente! - che nessuno aveva più tanta energia per seguire una trasmissione televisiva, alla fine della giornata. Anche la radio in auto era conosciuta come una vecchia, vecchissima usanza. Infatti l'auto non si usava praticamente mai, peerchè le persone che vivevano nel quartiere erano tuttelì, vicine le une alle altre, proprio per poter arrivare subito dove occorreva, e senza bisogno di sopportare tanto traffico o lunghe attese: che farsene di una radio? Gli autobus elettrici e la bicicletta coprivano le distanze maggiori o quei casi in cui - raramente - occorreva portare qualcosa di pesante da un luogo all'altro. Certo, capitava anche che si facesse un viaggio in auto. Ma di solito si era insieme a amici o alla famiglia in quel caso, e quindi era così bello godere del viaggio insieme che pochi o nessuno pensavano di accedere una radio o un televisore.
I bimbi, la sera, prima di addormentarsi, o anche nel pomeriggio quando faceva buio presto, volevano essere cullati, sia nella fantasia che nell'anima, e c'era quindi un gran lavorio di immaginazione nei genitori, per inventare sempre nuove favole che accendessero la scintilla della curiosità o paventassero la lama della paura, o facessero sgorgare la cascatella dell'amore - amicale o coniugale - nelle menti dei loro piccoli. Per questo era importante per tutti i genitori tener sveglia la propria fantasia, e quindi molti leggevano tanti libri. Ed era così spontaneo e sincero l'applauso del pubblico verso quei cantanti, autori di libri, attori che facevano veramente sognare le loro platee, che cantanti, autori, attori e artisti tutti lo prendevano come l'unica ricompensa che rendesse ancora leggero quel lavoro di creatività che tanto gli costava: non si faceva in tempo a creare un'opera di vera arte, che subito quel pubblico esigente e curioso ne voleva di più. Il sindaco della città vedeva quel quartiere come un padre vede un figlio inesauribile: grande schiavitù perchè richiedeva tante attenzioni, ma anche grande soddisfazione, perchè ogni anno, ad ogni elezione, ad ogni discorso inaugurale, con il loro voto e con i loro applausi, i suoi cittadini gli tributavano l'apprezzamento per il suo lavoro, che tanta fatica gli costava. Certo, a volte quel sindaco pensava che forse sarebbe stato meglio che il giudice del tribunale, anche egli candidato delle scorse elezioni, avesse vinto e avesse preso in carico quel servizio per la comunità; almeno lui si sarebbe potuto riposare, e tornare a fare il suo lavoro di falegname, aiutando il figlio - ancora un po' giovane per prendere la guida della falegnameria di famiglia - e la moglie, che aiutava come poteva. Ma se avevano scelto lui, allora questa responsabilità andava portata avanti con senso di responsabilità, anche nei confronti del giudice, che certamente uno di questi anni avrebbe preso lui la guida del comune. Anzi spesso il sindaco e il giudice si scambiavano opinioni e si accordavano su come portare avanti quei progetti, che per la loro natura, richiedevano molti anni per essere completati, e quindi era ragionevole che uno proseguisse quello che l'altro aveva iniziato.
Erano pochini quelli che controllavano o dicevano ad altri cosa dovevano fare: stranamente c'era un fiorire di mestieri e arti, un egual rispetto per i lavori manuali (l'idraulico, il falegname, il panettiere, il contadino) e per quelli meno immediatamente e visibilmente utili: il banchiere, il contabile, l'informatico; ma non c'era tanto lavoro per poliziotti, consulenti, ispettori. Era come se il lavoro di controllo fosse stato fatto già prima, per cui poliziotti e consulenti spendevano parte del loro tempo di lavoro a capire il perchè accadessero certi fatti che loro dovevano evitare e cosa si muoveva nelle menti di chi sbagliava; essi infatti erano preoccupati di restituire qualcosa alla comunità che pagava loro da vivere, restituendo un servizio anche quando il lavoro di dar la caccia ai banditi e agli evasori scarseggiava. Dunque passavano il loro tempo libero a studiare la natura umana e a contribuire al lavoro degli insegnanti per spiegar loro di quali sensibilità e intelligenze c'era maggior bisogno.
L'espressione del viso più frequente che si vedeva in giro era il sorriso. Non tutti sorridevano sempre, è vero, ma il sorriso era quello che si vedeva più spesso, e nei rari giorni in cui un lutto inaspettato colpiva quel quartiere, l'assenza temporanea di quel sorriso si notava come se il sole avesse dimenticato di spuntare. Il sorriso era figlio della Felicità. La Felicità non originava dall'appagamento di desideri tanto grandi. Perchè pochi avevano desideri che andassero al di là delle persone che amavano. E le persone amate si accontentavano di cose semplici come: passare del bel tempo insieme, avere del cibo preparato con amore, avere un posto dove dormire sicuri, e poter pensare che domani altrettante soddisfazioni sarebbero giunte per loro e per quelli vicini a loro. Non desideravano molto di più: che bisogno ce n'era? Non erano preoccupati di crescere: nè in statura, nè in ricchezza, nè in potere. L'unica cosa che cresceva anche se loro non se ne rendevano sempre conto, era la loro sapienza - perchè insegnavano gli uni gli altri, soprattutto con l'esempio personale - la loro amicizia - perchè erano sempre pronti e divertìti dall'aiutarsi a vicenda, e la loro intelligenza come gruppo cui piaceva stare insieme. E questo li rendeva potentissimi: tanto potenti che con quell'amore che li teneva uniti, avrebbero potuto conquistare il mondo e esplorare pianeti lontani. Ma tanto non gli importava di farlo, perchè non ne sentivano il bisogno.

Potrebbe essere solo una favola, e invece è anche un'idea...

Sunday, March 25, 2012

Una favola qualunque

"Pronto?"
Il numero di telefono che era apparso sul display era associato al suo nome: Sarah. Un tuffo al cuore: lui sapeva che non poteva esser lei, lo sapeva che era morta quasi dieci anni prima, ma comunque era grato a quel qualunque malinteso, contrattempo, difetto che aveva permesso al suo telefonino di ricordargli quel nome: Sarah.
"Si?" rispose a quella voce di donna, di ragazza, forestiera, avrebbe detto di qualche paese balcanico; non somigliava certo all'accento tedesco di Sarah; quell'accento che non aveva mai perso, o forse non aveva mai voluto perdere, nonostante i tanti anni passati in Italia le avessero donato una padronanza completa della lingua di Dante, Manzoni e Pirandello, autori che aveva letto e riletto, come solo un diligente tedesco potrebbe fare.
"Ho ricevuto chiamata da questo numero e non so chi è"
..... seguì una pausa di silenzio, poi la ragazza riprese:
"lei chi è? io non ho suo numero su telefonino e non conosco"
Attese due lunghi secondi
"Si, signorina, sono stato io a chiamare il suo numero, ieri sera. Lo faccio più o meno ogni mese, non a intervalli regolari, ma la cadenza è stata più o meno quella. Anzi, in verità ci sono stati dei periodi in cui lo chiamavo anche tutte le sere, anche più di una volta a sera. Da dieci anni quella voce mi risponde sempre la stessa nenia: Vodafone, messggio gratuito: il numero selezionato è inesistente o momentaneamente irraggiungibile. Beh, sa, signorina.. non so neanche il suo nome, ma non importa.. sa, quel momentaneamente è l'unica consolazione che mi sia rimasta, da quando mi hanno riferito che la mia Sarah è morta nuotando in quell'oceano dall'altra parte del mondo, e che è sepolta tra la laguna e il mare. Non è una cosa che fatico a capire, così come non mi illudo che sia lei, la mia Sarah. So che probabilmente il numero di telefono - dopo così tanto tempo - è stato riassegnato e che lei ora lo considera suo. Ed è suo. Io dovrò interrompere questo vizio che mi porto appresso da tempo, di chiamare la mia Sarah, sperando che per un miracolo, per una curvatura spazio-temporale, o anche per un semplice malinteso o magari una bugia, inavvertitamente mi risponda. Così anche questa ultima usanza (non discuto, malsana!) terminerà e il mio legame con Sarah si farà ancora più flebile, legato solo alla mia memoria fallace. Però quel momentaneamente era una così bella consolazione. Se anche era un disco a ripetere momentaneamente voleva per me dire che un giorno, un bel giorno, quell'incantesimo si sarebbe interrotto, quel viso inerme che galleggiava immerso nei capelli sparsi a raggera, guardando la profondità del mare, con gli occhi, i suoi bei, giovani occhi, sgranati nello sgomento di una vita interrotta troppo presto, quel viso che io tanto amavo e amo ancora, avrebbe ripreso il colorito, quelle palpebre avrebbero sbattuto e lei mi avrebbe detto che quel momento era finito, che lei era tornata da me. Sennza valigie, senza bauli, senza condizioni, era solo tornata per interrompere un brutto sogno. E no, non mi riferisco all'incubo della mia vita senza di lei, perchè quello è un incubo superabile, in realtà io sono andato avanti. L'incubo da interrompere è quello di una ragazza con tanta vita davanti, con tanta vita dentro, che galleggia inerme come un'alga su un mare straniero. Quello no! Non sono mai riuscito a digerirlo. Lo si può chiamare destino, ma per me rimane un incubo inaccettabile. Sarah mi manca, come un pezzo di me stesso, a lei posso dirlo, signorina, perchè se non lo dico a lei non so proprio a chi altro potrei dirlo, visto che a nessuno interessa e che l'unica che potrebbe capirmi è Sarah, che ha già fatto l'ultima vasca da questo mondo a chissà quale. Spero sorrida, se è un angelo, sentendo il mio amore dichiarato così spontaneamente a una sconosciuta; ma le dico, in verità, che io non ho mai smesso d'amarla!"

Così avrebbe dovuto rispondere alla voce della ragazza che, ansiosa solo di sapere se avesse per caso ricevuto la prima telefonata utile, o almeno intrigante sul suo telefonino nuovo, aveva riacceso quel nome sul suo display. E invece inventò una favola, così all'istante, per togliere tutti d'impaccio con qualcosa di verosimile, ma non imbarazzante:

"Ha ragione, l'ho chiamata io, ieri sera, ma per errore: il suo numero di telefono differisce solo per l'ultima cifra da quello d'un mio collega. Mi sono accorto troppo tardi d'aver composto il numero sbagliato e ho messo giù; mi scusi il disturbo".

"Ah.. capito" disse la ragazza sconosciuta. Non aveva nemmeno un quinto della dolcezza della voce di Sarah.
"Allora grazie e ciao". Sembrava delusa. Una giusta delusione: qulla voce d'uomo non era importante per lei, quel numero era da dimenticare.
Molto più grande la delusione di chi cercava Sarah. Anche il suo numero era diventato ormai terreno proibito, chiuso dietro una porta, chiuso per sempre dietro una pietosa favola, inventata all'istante.

Wednesday, March 7, 2012

La pantofola con le orecchie



C'era una volta, tanto tempo fa, una pantofola con le orecchie lunghe lunghe. Ella soleva riposare, pelosa e calda, accanto alla sua compagna, una pantofola normalissima, comoda anche lei, ma senza le orecchie.. un tipo abbastanza ordinario, dunque. La pantofola con le orecchie e quella ordinaria appartenevano a un ragazzo che viveva in un alto palazzo di una metropoli.
Questo ragazzo non era molto contento della pantofola con le orecchie, perchè spesso le orecchie della sua pantofola finivano sotto l'altra pantofola e allora il ragazzo inciampava. Poichè questo accadeva solitamente di notte, quando cioè le pantofole di tutti i generi vengono indossate con più frequenza, si creavano situazioni abbastanza imbarazzanti. A volte il ragazzo versava sul tappeto del soggiorno il succo di frutta con cui pensava di concludere una cena, a volte rischiava di farsi male cadendo in bagno, per non parlare poi degli inquilini del piano di sotto che di tanto in tanto udivano il rovinoso rotolio di qualsiasi oggetto il ragazzo avesse tenuto in mano mentre tentava di camminare con quella pantofola al piede.

Nulla da fare: non era una pantofola adatta! Una sera il ragazzo tornò a casa con un intero paio di pantofole nuove di zecca e la pantofola dalle lunghe orecchie finì chiusa sul fondo di un armadio e quasi dimenticata. E in realtà non si sentì triste, lì per lì, perchè non fa piacere a nessuno avere le orecchie calpestate. Ma dopo poco, la vita segregata della pantofola chiusa nell'armadio non apparve più tanto piacevole. Era sempre al buio e in un luogo angusto. Non c'era neanche quel poco di luce per capire se era sola lì oppure no. Ma - quel ch'era peggio - si sentiva assolutamente inutile.

Inutile fino alla notte in cui sentì il suo padrone di una volta, il giovane ragazzo, agitarsi durante la notte nel letto. Sembrava dormire a tratti, ma poi menava schiaffi a non si sa cosa, e inveiva nel sonno. Venne poi fuori che una zanzara lo torturava, levandogli il sonno. Dopo qualche ora passata a schiaffare con stizza la testa sotto il cuscino, a lanciar ogni sorta di oggetti, a schiaffeggiarsi inutilmente cercando di schiacciare, o almeno di scacciare, lo scocciante insetto, il ragazzo accese la luce, e s'aggirò nella stanza da letto, cercando un attrezzo per uccidere quella peste della natura. La pantofola, quando vide la luce trafilare dalla porta dell'armadio che finalmente s'apriva, sentì la gioia pervaderle il pelo paffuto.

Ma già da come il ragazzo la stringeva, dalla posizione anormale in cui egli la teneva, saldamente aggrappata per il tacco e con il naso in aria dimenandosi qua e là, ella capì che non era per esser indossata che era stata tirata fuori dall'armadio. Oh tristezza, oh sofferenza, oh imbarazzo! Non solo il ragazzo la sbatteva con violenza contro il muro, nel meschino tentativo di ammazzare la zanzara (per altro senza riuscirci), ma la povera pantofola non osava pensare di dover essere proprio lei, un esserino gentile per definizione, abituato alla casa, alla calma, al calore, alla tranquillità, a dover addirittura "uccidere"! Beh, comunque non c'era pericolo: nonostante le orecchie della povera pantofola svolazzassero qua e là, nè la suola nè le orecchie passarono mai neanche vicino alla lesta zanzara che se la spassava a svolazzare attorno al ragazzo, inviperito dal sonno perduto.

Cosa avrebbe mai potuto capitare di peggio? La povera pantofola ormai non capiva se le sue sofferenze derivavano più dal mal di testa che ormai la pervadeva, dopo esser stata sbattuta su una superficie, la parete, che non le era consona, abituata com'era a camminare al suolo, come ogni calzatura che si rispetti, o dalla vergogna per i vicini, che - indispettiti anche da quel battere e ribattere sulle pareti - cominciavano a esprimere a voce molto alta le loro rimostranze, anche nel cuore della notte. La povera pantofola aveva sentito parlar di comportamenti similmente disdicevoli soltanto a proposito degli zoccoli, elementi mediamente poco raccomandabili che aveva visto solo di sfuggita nel negozio di scarpe dove aveva alloggiato all'inizio della sua carriera e per breve tempo. Dopo di allora, per fortuna, non s'era mai più imbattuta in quei tipi volgari, rumorosi, maleducati di calzatura; ma ora! Ora si sentiva lei stessa una di quei molesti calzamenti in legno. Già, cosa avrebbe mai potuto capitare di peggio?

Ma il peggio non è mai finito, così la zanzara si poggiò sulla finestra, illuminata di sguincio da una luce che la rese così visibile al ragazzo da farla quasi apparire una facile preda. E il ragazzo la guardò per un attimo, abbassò lo sguardo verso la povera pantofola con le lunghe orecchie, che cercò di fargli capire che quello che aveva in mente era tutto meno che sensato ma, vuoi per le lunghe orecchie che mascherarono il suo diniego, vuoi per la scarsezza dei riflessi del ragazzo ormai assonnato e esasperato, lui non s'avvide di quel "no, no!" che la pantofola cercò di suggerire e la scagliò con quanta forza aveva in corpo contro la zanzara sulla finestra.

C'eran dubbi? La zanzara non la colpì (e questo fu un bene, perché bistrattata si, ma di diventare una pantofola assassina la nostra orecchiuta amica non avrebbe davvero voluto saperne!) ma il vetro si!! E quello se n'andò in frantumi, con un fragore che fece accendere parecchie finestre del palazzo di fronte, richiamando a più miti consigli il ragazzo che - lesto - spense le luci e si rintanò nel più imbarazzato silenzio, sperando che nessuno potesse connettere quel putiferio con lui.

Dopo un volo di due piani la pantofola atterrò su un balconcino. Non era pesante e le orecchie facevano un po' da paracatute, quindi non si fece tanto male. Ma sul balconcino presto arrivò un signore, che la raccolse. A testa in giù, intirizzita dal freddo e con una scheggia di vetro ancora incastrata in un orecchio, la pantofola aperse gli occhi e inorridì: il signore era grasso, ma grasso.. grasso come mai prima aveva visto nessuno. Era di un grasso che per fare qualsiasi cosa pareva dovesse spostare del grasso. Per sgranare gli occhi e guardare la pantofola, dovette spostare la grassa fronte; per sollevare la pantofola dovette alzare il peso di un braccio che sembrava un dirigibile; per schiaffare la testa nella cassapanca dove rovistò per un bel po', cercando una compagna che fosse degna seconda della nostra amica orecchiuta fece una fatica così penosa, che la pantofola pensò sarebbe morto!!

E invece non morì; anzi trovò una compagna di salotto - sola da tempo - per indossarle insieme. La cosa non sarebbe stata piacevole per nulla, pensava la pantofola dalle lunghe orecchie. Quel grassone doveva pesare almeno duecento chili: l'avrebbe ridotta una sottiletta. E chissà che male, quando la nuova compagna avesse calpestato le sue orecchie con tutto quel peso sopra. Ohi ohi!! Avrebbe voluto non esserci.

Così, semmai la pantofola con le orecchie avesse avuto anche le braccia, le avrebbe certamente usate per coprirsi gli occhi e non vedere il disatro che di lì a poco sarebbe successo, allorchè il grassone avesse tentato di muovere i primi passi con la pantofola orecchiuta al piede. Ma è chiaro che al mondo ci sono disegni che non si capiscon bene da subito, perchè quella brutta situazione non era affatto male. Il grassone era così grasso, ma così grasso, che il suo passo, seppur pesante come un masso e goffo come un orso, lo obligava comunque a mettere i piedi a gran distanza l'uno dall'altro. Il grassone insomma camminava come se stesse guadando un fiume su dei pietroni posti a una certa distanza l'uno dall'altro, ondeggiando ora di qua, e ora di là. Quando riaprì gli occhi dopo i primi passi, la pantofola con le orecchie ebbe modo di chiedere alla sua collega pantofola, che faceva su e giù con lei, agganciata all'altro piedone del grassone:
"Ma.. cammina sempre così?"
"Si" rispose quella, "non è buffo?"

"E'... è bellissimo!" si sentì dire la pantofola con le orecchie.. era veramente l'unica persona sulla faccia della terra che potesse indossare la pantofola con le orecchie e camminare per ore e ore, senza mai inciampare nelle orecchie. In più il grassone era una persona allegra, come la maggior parte dei grassi, e la pantofola con le orecchie, insieme alla sua nuova compagna, passarono tante tante serate spensierate, accompagnando il loro nuovo grasso padrone in giro per tutta la casa e ridendo con lui di tutte le cose semplici che capitavan loro sott'occhio.