Sunday, September 20, 2015

Il cappello col tacco

C'era una volta, tanto tanto tempo nel futuro, un Paese felice, ma tanto felice. Un paese così felice che qualcuno, annoiato, a volte cercava qualche sorgente d'infelicità, solamente per ricordare come fosse essere infelici, prima che il professor Sasso rivoluzionasse l'esistenza di tutti i felici abitanti di quel paese. Il professor Sasso in realtà era stato un dono celeste per quel Paese, perché - dopo i suoi celeberrimi studi di astrofisica - s'era dedicato a ogni tipo di invenzione, facendo leva sulla tecnologia più innovativa per risolvere, uno per uno, tutti i problemi dell'esistenza dei suoi connazionali, rendendoli in breve tempo un popolo appunto assolutamente e completamente felice.

Il professor Sasso era ad esempio l'inventore dell'ispettore genetico-intenzionale. Si trattava di nanomeccanismo che veniva installato, tramite apparecchiature chirurgiche, inventate - manco a dirlo - dal professor Sasso, nel cervello di tutti i neonati o delle persone che comunque avevano accesso a quel paese felice, che semplicemente preveniva il crimine. Infatti nel paese del professor Sasso non esiteva la polizia. Quando un potenziale criminale aveva la semplice idea di commettere un crimine, l'apparecchio lo avvisava ed egli si recava spontaneamente alla più vicina prigione, dove si presentava e spiegava il suo potenziale problema al computer di gestione della prigione. Si chiudeva quindi nella cella assegnatagli per il tempo necessario per discutere con medici e educatori come risolvere il problema che lo avrebbe eventualmente afflitto e solamente quando l'istinto o l'intenzione criminale era completamente fugato dalla sua mente, decideva autonomamente di rimettersi in libertà per continuare la sua esistenza felice, in armonia con tutti i suoi concittadini.

Anche la maggior parte degli incidenti d'auto erano stati prevenuti, impiegando una vecchia idea, l'auto senza guidatore, che il professor Sasso aveva messo a punto in maniera da armonizzarla così bene con il resto della circolazione (pedonale, vecchie tecnologie, etc.), che ormai gli unici incidenti che si verificavano erano dei test programmati per controllare l'efficienza del servizio di soccorso sanitario.

E anche nella sanità, tutto era stato rivoluzionato dal professor Sasso: tutte le operazioni chirurgiche venivano compiute da automi, che emulavano e miglioravano le migliori doti dei più bravi chirurghi del passato, così che quando qualcuno (raramente, invero, perché tutte le malattie, da quelle genetiche a quelle epidemiologiche, erano state debellate dagli studi medici sotto la guida dell'instancabile professor Sasso) aveva bisogno di cure avanzate, non doveva preoccuparsi di trovare il medico giusto in quanto tutti i miglori medici del passato e la loro esperienza, corroborata da studi avanzatissimi, erano al suo servizio. Come conseguenza la vita media degli abitanti di quel felice paese s'era allungata di circa 20 anni in più rispetto agli altri paesi e la qualità di vita era migliorata in maniera indescrivibile.

Il professor Sasso aveva anche garantito al suo Paese un progresso tecnologico, sociale e - perché no? - economico a prescindere dalle sue conoscenze personali, rivoluzionando il sistema di istruzione. Ogni scolaro del Paese aveva la sua scuola personalizzata, che frequentava nei giorni che voleva e seguendo il programma che desiderava. Il programma non veniva definito a priori per tutti, ma era una conseguenza della curiosità di ogni singolo scolaro; si cominciava con una semplice domanda, che i potenti computer del servizio di istruzione pubblica ponevano con linguaggio semplice ai bimbi appena in età di parlare.. "cosa vorresti fare da grande"? E inizialmente soprattutto i programmi di astronautica per i maschietti e quelli di dipolomazia reale per le femminucce avevano registrato un leggero sbilanciamento di iscritti, ma - come previsto dal professor Sasso - ciò era solamente una conseguenza di stereotipi antichi ancora codificati nella società, che presto vennero ripuliti dalla fantasia e dalla ispirazione dei bimbi, che - alimentati da una sanissima soddisfazione di trasformare in conoscenza tutti i loro giochi - crescevano imparando ad una velocità incommensurabilmente maggiore rispetto al passato e distribuendosi naturalmente sulle varie professioni e anzi anticipando i fabbisogni futuri, perché, come anticipato dal professor Sasso, i bimbi erano i migliori predittori del futuro e i loro orientamenti di studio andavano agevolati e incentivati da subito.

Una mattina, però - nonostante la vita sanissima che conduceva e le cure mediche con cui rimediava ai rari acciacchi della vecchiaia - alla veneranda età di 136 anni, il professor Sasso non si svegliò e rimase placido disteso sul suo letto, con un sorriso soddisfatto sulla bocca, ma immobile, in attesa che il suo automa di servizio propagasse la notizia al servizio informativo nazionale che l'esimio professor Sasso aveva cessato d'essere quel simpatico vecchietto dagli occhi vispi, la bianca capigliatura perennemente spettinata e i grassi baffoni per diventare, come previsto, un mito da ricordare e celebrare con devozione. Il Paese ovviamente fu attraversato da un sentimento luttuoso, nonostante il professor Sasso in persona avesse tenuto varie conferenze alle facoltà di Filosofia (scienza che lui amava sopra ogni altra e che sempre aveva chiamato "scienza" senza paura che alcun altro sedicente scienzato potesse mettere in discussione la sua parola, data la sua preparazione ineguagliabile in tutto lo scibile umano), spiegando come, nella sua visione della vita, si potesse facilmente eternare la propria esistenza facendo in modo che anche dopo l'esistenza in vita, il maggior numero possibile di persone ci amasse per il Bene che avevamo lasciato loro. Beh, il professor Sasso aveva lasciato tante cose belle, tante opere che non sembravano voler tramontare così presto, tanti uomini e donne felici, tanti problemi risolti che ricordavano a tutti i suoi concittadini ogni giorno che - anche se lontano - il professor Sasso rimaneva con loro e poteva essere l'oggetto del loro Amore. Grande fu la commozione, quando più o meno a tre quarti della cerimonia di commemorazione che venne trasmessa da tutte le televisioni del Paese e che raccolse quasi metà della popolazione nazionale nella capitale, il Presidente della casta dei Notai, aperse il testamento del professor Sasso. Il testamento era molto semplice, ed era custodito in una scatola quadrata, grande poco più di una scatola da scarpe. Diceva: 
Al mio popolo, che ho tanto amato, lascio questo dono, l'unico che ancora non ero riuscito a darVi, quello che Vi renderà del tutto completi. Fatene buon uso e sarete così felici da non sentire più di tanto la mia mancanza.
Massima fu la curiosità di tutti per il contenuto della scatola misteriosa. Il primo Notaio nazionale, dopo un cenno di approvazione del Maestro cerimoniere dei Funerali Solenni Nazionali, rimosse il panno di raso sul quale poggiava il testamento e che copriva ancora il contenuto della scatola, estrasse con attenzione un oggetto che lasciò tutti senza fiato e senza parole per lunghi secondi. Si trattava, per quanto difficile ammetterlo, sì.. si trattava proprio di.. un cappello... un cappello col tacco.. il tacco pareva appartenere a una calzatura da donna, mentre il cappello stesso.. beh, non si capiva se fosse da uomo o da donna.. ma il dubbio principale che avvinghiò le menti di tutti fu - sin dall'inizio - che cos'è questo dono? A che serve mai?

Schiaparelli shoe hat, black heel version. Winter 1937-1938. Metromolitan Museum of Art. by maricela

Il notaio stesso, cedendo puerilmente tutta la sua dignità, girò più volte il cappello tra le mani e poggiatolo sul tavolo accanto alla scatola si mise a rovistare nella scatola stessa per cercare un segno, una spiegazione, un aiuto.. e fallì: nella scatola c'era solo quello strano cappello!

Nei giorni successivi il cappello fu messo in una teca dell'ingresso del Museo della Scienza e della Tecnica, con una targa commemorativa, ma mentre all'osservazione superficiale poteva apparire che tutti fossero soddisfatti che il regalo del professor Sasso non fosse molto più che un'opera d'arte, da esporre e basta, il complesso organizzativo del Paese lavorava febbrilmente a chiarire il mistero che aveva tolto la tranquillità a molti. A che serviva l'unico dono che il professor Sasso non era ancora riuscito a regalare loro fino a quel momento? L'enfasi che il professor Sasso aveva dato a quel dono sottolineava l'importanza cruciale di scoprire, e nel più breve tempo possibile, a cosa servisse quel curioso oggetto. 

Così, mentre la mattina il cappello stava nella teca, la sera - in gran riserbo - alla chiusura del Museo della Scienza, studiosi di tutte le branche della scienza si avvicendavano nelle aule sotterranee, e lavoravano indefessamente sull'investigazione. Non venivano diffuse notizie sul progresso della ricerca, perché com'è ovvio le notizie parziali avrebbero alimentato ancora di più il senso di smarrimento del Paese tutto, e non si vedeva perché turbare la tranquillità di quel Paese fino ad allora felice, con dubbi privi di sbocco. Ma certamente il Governo centrale teneva occhi e orecchie ben aperti verso chiunque o qualunque cosa potesse spiegare il mistero. E ne vennero fuori di ipotesi!

Un giocoliere una notte si presentò dinnanzi alla commissione e disse: "Io ritengo che il professor Sasso abbia scoperto che il Limite della razza umana consiste nella insufficiente irrorazione di sangue al cervello, cosa che ha causato l'ipertrofia delle gambe a scapito del cervello, e questo limita le potenzialità di sviluppo del nostro Paese nella scienza e nella tecnica; è quindi ovvio che nel futuro noi cammineremo sulla testa e non sulle gambe, e le gambe anzi serviranno - dopo aver sviluppato dita prensili - come braccia aggiuntive che ci aiuteranno a costruire macchine ancor più sofisticate. Tutto quello che dobbiamo fare è imparare a camminare sulla testa, come questo cappello evidentemente aiuta a fare". Detto questo, con permesso, indossò il cappello e iniziò effettivamente a camminare zompettando sulla testa. Purtroppo dopo alcuni.. passi(?) prese una storta clamorosa al collo (non era abituato a camminare su un cappello col tacco da donna, forse), e dovette essere trasportato al più vicino ospedale, per fortuna senza gravi conseguenze. La riunione di saggi che ne seguì stabilì che quella non poteva essere una strada promettente, perché l'indole buona del professor Sasso non avrebbe mai creato qualcosa di pericoloso (o almeno avrebbe spiegato che si trattava di un cappello da donna giocoliera e non da uomo giocoliere!); e poi, per poter zompettare sulla testa il giocoliere doveva agitare braccia e gambe contemporaneamente, cosa che non liberava affatto gli arti (ora) superiori, anzi, li rendeva tutti ancor più asserviti alla funzione locomotoria.. non poteva essere la spiegazione!

Fu poi la volta di Bombone Sparone Pestafracassone ottavo, discendente di una famiglia di ufficiali dell'esercito di un Paese vicino (il Paese del professor Sasso non aveva l'esercito da ventenni, ormai). Egli si presentò affermando che il cappello era in realtà un arma formidabile, perché - nell'evento di un ritorno al passato a causa di una guerra termo-nucleare globale e consequente distruzione della vita evoluta sul Pianeta - i popoli che si odiavano (che secondo lui ci sarebbero sempre stati) si sarebbero combattuti a capocciate, e quindi chiunque avesse la possibilità di sferrare un calcio contemporaneamente ad una testata al nemico sarebbe stato di certo superiore. Questa singolare teoria era condita da un'improbabile "prova", consistente nel fatto che di certo il professor Sasso non avrebbe mai accettato che la Difesa nazionale dovesse contare sulla preservazione della tecnologia attuale, concentrandosi quindi su un'arma che - nella sua semplicità - fosse adeguata ad una situazione globale profondamente regredita. Quella era la chiave di lettura della scarpa col tacco. Inutile dire che Bombone Sparone Pestafracassone ottavo fu congedato con formali ringraziamenti e con la promessa che - se la commissione avesse confermato le sue teorie - lui sarebbe stato il primo a saperlo e avrebbe goduto della eterna riconoscenza del Paese e di un titolo preferenziale ad un'alleanza bellica per poter usare congiuntamente il cappello col tacco contro nemici comuni. Ma - appena videro la sua auto allontanarsi dal Museo della Scienza - tutti si lasciarono andare ad una fragoros risata che secondo alcuni durò quasi un quarto d'ora. Poi, rallegrati oltremodo da quella liberatoria seduta, si congedarono per ricominciare seriamente il lavoro la successiva notte.

Fu quindi la volta di una coppia di scienziati: un neurochirurco e un biogenetico. Questi avevano messo a punto una teoria davvero interessante: "La scarpa altro non è che una provocazione scientifica dell'evoluzione umana: il professor Sasso era la dimostrazione vivente del massimo dell'evoluzione che l'essere umano è in grado di raggiungere con la dotazione biogenetica attuale. Ma come sarebbe se l'Uomo fosse dotato non d'una ma di due teste?" (qualcuno ebbe un sussulto e un mezzo conato di vomito, ma lo scienziato continuò, supportato dal sorriso compiaciuto del collega che annuiva vistosamente); "inutile chiarire che la capacità elaborativa e di memorizzazione dei nostri due cervelli, in perfetta comunicazione tra loro, darebbe un vantaggio più che proporzionale alla razza umana.. immaginate un professor Sasso con più del doppio delle sue epocali capacità cognitive. Ma nei nostri studi, abbiamo anche ravvisato dei problemi in tale idea, e qui chiedo al mio collega neurochirurgo di approfondire", il secondo scienziato prese la parola asserendo: "il corpo umano non è attualmente pronto a affrontare la sfida del doppio cervello: le infrequenti, tuttavia non ignorabili liti che sconvolgono due fratelli o due coniugi, che in fin dei conti possiamo considerare prodromi del nostro modello, e cioè due cervelli, due menti complete che vivono in completa simbiosi, ci fanno capire come una dialettica interna tra due teste addirittura appartenenti allo stesso corpo potrebbe avere risultati indesiderati di portata notevole, al punto estremo di instaurare lotte intestine che - in quanto parliamo di un unico organismo con lo stesso apparato respiratorio, digestivo, circolatorio etc.  - non sono effettivamente risolvibili con una mera separazione"... E allora? chiesero tutti. "E allora - riprese il primo scienziato - qui abbiamo l'esempio più fulgido della capacità di guardare al futuro dell'esimio e compianto professor Sasso" (il secondo scienziato asciugò una lacrima). "Egli ha intuito questo progresso della Razza umana, che ovviamente avverrà in migliaia di anni, ma ha anche creato questo prodigioso ordigno che - utilizzato con una certa regolarità - insegnerà ai nostri giovani che la testa è una, oggi, ma la presenza di un tacco, richiamo evidente al piede, anzi ai piedi (ché essi due sono ed è giusto che lo siano!), farà scintillare la consapevolezza che in futuro l' Uomo avrà due teste! Forse aiutato in questo anche dalla biogenetica. Ma è di cruciale importanza che cominciamo da oggi a congedare l'idea dell'unicità della testa nel corpo umano. Che tutti i giovani del Paese abbiano un cappello col tacco come quello che vediamo qui, e lo indossino per almeno otto ore al giorno: questo preparerà il nostro Paese all'avvento nell' homus bicefalous, che per superiorità genetica, è destinato a dominare l'intero firmamento".

La farò breve: non convinse!

E i giorni erano passati, sfibranti. E poi le settimane, e poi i mesi. Nella commissione di ricerca s'erano avvicendate tante persone di indubbia capacità e credibilità; avevano fruito della collaborazione di personaggi - più o meno famosi - provenienti da tutto il mondo. Ma di risultati tangibili neanche l'ombra. Si rivelò anzi molto saggia la pantomima della teca al Museo Nazionale della Scienza: il fatto che di giorno il cappello col tacco era esposto come un'opera d'arte aveva di fatto salvato il Paese dal pubblico internazionale ludibrio all'idea che il Paese stesso non sapesse cosa aspettarsi dal cappello.. almeno così una penosa bugia era disponibile: stava bene nella teca e invitava tutti a riflettere. Penosa bugia, il malessere al vertice era altissimo.

Ad aprile dell'anno successivo a quello della morte del professor Sasso, uno dei computer del Centro Nazionale di Ricerca fece una scansione delle notizie del precedente anno, per determinare se il mistero del cappello col tacco fosse stato finalmente svelato, e quando l'algoritmo del computer determinò che - no - nessuno ci aveva capito ancora nulla, preparò un messaggio di posta elettronica che fu inviato al Primo ministro. Il messaggio era il seguente:

Da: Computer istruito dal professor Sasso
A: Primo ministro
Oggetto: cappello col tacco
Avete chiesto a Kausila di Doti? 

Chiaramente pochi minuti dopo che il Museo Nazionale della Scienza aveva chiuso, quel giorno, iniziò la riunione straordinaria con i maggiori esperti sulla vita e le creazioni del professor Sasso. Il Primo ministro in persona aprì la riunione, chiedendo al suo segretario speciale di rivelare quello che aveva potuto trovare nelle poche ore a disposizione. Eglì informò gli altri: "Esistono molti Doti nel mondo, ma il nome 'Kausila' sembra di origine nepalese, quindi il Doti più promettente per le nostre investigazioni dovrebbe essere un piccolo villaggio nell'omonimo distretto del Nepal, nella zona più a ovest del Paese. Anche sul nome Kausila non sappiamo molto, se non che è tipicamente un nome femminile, che significa più o meno 'un angelo capace di un amore innocente e infinito, che dà senso alla vita stessa' ". 
"Beh, pare promettente", commentò il primo ministro, e si udì ridacchiare sommessamente nell'aula.
Il segretario speciale riprese: "in realtà data l'esiguità della popolazione del villaggio potrebbe aver senso restringere le nostre ricerche proprio a questo unico indizio: il nome di questa donna.. tutto quello che sappiamo è che la donna doveva esistere in vita non più tardi dell'anno scorso, e risiedere in quel villaggio (altrimenti il professor Sasso non ne avrebbe potuto parlare nel suo messaggio a tempo), ma potrebbe essere sufficiente, in un villaggio di poche anime, per trovare la persona giusta. Mi sono permesso di inviare una squadra diplomatica con l'incarico di individuare la famiglia di Kausila e invirarla per una breve vacanza premio nel nostro paese, nel caso dovessero riuscire. Ovviamente siamo in tempo per fermarli, ma se non dovessero venir fuori idee migliori durante questa riunione, propongo di lasciare che compiano la loro missione".

E così fecero. Kausila era una bimba di undici anni. Non era originaria del Nepal: era stata condotta lì dal professor Sasso, per salvarla da una sanguinosa guerra che era scoppiata nel suo paese d'origine quando lei era moto più piccola; nella guerra i suoi veri genitori erano rimasti uccisi e lei non aveva più nessuno; la bimba non parlava: non si sapeva neanche quale fosse il suo nome. Il professor Sasso l'aveva condotta dal suo paese al Nepal, e le aveva trovato una nuova famiglia, una coppia non troppo giovane, che non aveva potuto aver figli, ma che ne desiderava tanto uno, da accogliere la bimba come se fosse un dono celeste; forse il nome che le avevano dato era stato scelto per quello. La bimba aveva degli occhi grandi grandi e profondi, che mettevano in difficoltà a fissarli.


I nuovi genitori di Kausila avevano accettato volentieri l'invito dell'ambasciatore, anche se il viaggio era molto lungo. Sicuramente avevano giocato un ruolo i doni che l'ambasciatore aveva portato per la bimba e per loro stessi, sicuramente la prospettiva di passare una breve vacanza e di vedere un posto nuovo e fantastico come il Paese del professor Sasso aveva la sua importanza. Ma più di tutto li aveva convinti a lasciare la loro casa e i loro piccoli campi la domanda d'aiuto che riguardava il professor Sasso, che ricordavano come un vecchietto coraggioso e estremamente saggio, un vecchietto che aveva ridato una vita alla sfortunata bimba, che col tempo aveva ricominciato a parlare, anche se non ricordava nulla del suo paese d'origine, un vecchietto che aveva cambiato radicalmente, e in meglio, la stessa vita dei due coniugi, che tanto desideravano un figlio.

I primi tre giorni di Kausila e dei suoi genitori nel paese del professore furono una spensierata vacanza: l'ambasciatore e la sua assistente, Bianca, li portarono in giro a vedere cose che non immaginavano neppure: treni velocissimi, panorami inusuali, pranzi e cene che non avrebbero immaginato esser possibili, spettacoli teatrali, mostre di pittura e scultura. Kausila e la sua famiglia divennero amici dell'ambasciatore e di Bianca. Il fatto che parlassero due lingue diverse non era stato un problema, fin dall'inizio, grazie ai traduttori simultanei che indossavano: ognuno parlava la propria lingua, ma gli altri ascoltavano la traduzione simultanea, che imitava il timbro vocale e formulava una perfetta intonazione nella lingua di chi ascoltava (queste ultime caratteristiche erano le principali innovazioni introdotte su una precedente tecnologia, guarda caso dal vulcanico professor Sasso). Era proprio come conoscersi da sempre. 

Il quarto giorno l'ambasciatore e Bianca portarono Kausila e la famiglia al Museo Nazionale della Scienza, dove ovviamente videro anche il cappello col tacco, ma passarono una spensierata giornata, incuriosite dalle mille attrazioni del museo. Quando venne l'orario di chiusura, furono invitati a restare per una festa in loro onore, che in realtà era una riunione con la commissione per il cappello col tacco, come ormai gli addetti ai lavori la chiamavano familiarmente.

"Kausila, vogliamo ringraziare te e la tua famiglia per aver accettato di venire nel nostro paese, sappiamo che è stato un viaggio lungo e speriamo che sia stato una bella esperienza per te e per i tuoi genitori". era Bianca che parlava. "Ora vorremmo che tu parlassi con noi delle tue sensazioni riguardo al cappello col tacco, che vedi qui, al centro del tavolo, e qualsiasi altra cosa possa venirti in mente sul nostro compianto professor Sasso".
Kausila rimaneva in silenzio. C'era tanta gente. Bianca cercò di metterla a suo agio, facendole l'occhiolino.
"Non è strano che uno scienziato tanto in gamba e famoso lasci un regalo così al suo paese?"
Kausila continuava a non parlare. I genitori, per nulla imbarazzati, sorridevano e aspettavano. Il segretario speciale prese la parola e si rivolse a Kausila: 
"Kausila, il professor Sasso si ricordava di te; aveva previsto che non saremmo riusciti a capire a cosa serve il cappello col tacco e ci ha suggerito di chiederlo a te; non ti dice niente questo?"
La bimba guardava ora il segretario speciale dritto negli occhi, come a rimbalzare la domanda. Non riusciva proprio a capire perché il professor Sasso si aspettasse che lei risolvesse un rebus che era rimasto irrisolto per un anno intero. 
Anche il primo ministro volle provare:
"Kausila, lo so che ci sono molte persone in questa stanza che tu non conosci, ma abbiamo tutti qualcosa in comune con te e con la tua famiglia: conoscevamo il professor Sasso. Lui ha cercato di darci qualcosa, ma noi non sappiamo come farne buon uso. E' come se lui avesse bisogno del tuo aiuto per farci capire, ti prego: fai finta che sia lui stesso in persona a chiederti di aiutarlo"...
"oh.. ancora la domanda su chi ha bisogno di chi?" mormorò Kausila.
"che cosa ha detto?" chiese il segretario speciale all'uomo che sedeva a fianco a lui
Bianca cercò di metterla più a suo agio, anche se lei non sembrava affatto in difficoltà:
"Kausila, puoi spiegarci che intendi con 'chi ha bisogno di chi'?"
"E' una cosa che ricordo solo ora, di quando siamo scappati dal paese che bruciava. Io non riuscivo a dire nulla: non usciva nulla dalla mia bocca, ma il professore sembrava capire quello che dicevo solo guardandomi negli occhi. Avevo paura, volevo che finisse subito; lui mi guardò e mi disse che non ero io ad aver bisogno di aiuto, ma era lui che avrebbe avuto bisogno di me, prima o poi. Da quel momento smisi di piangere.."
Tutti avevano assunto un'espressione seria quando Kausila aveva riferito del paese che bruciava; non riuscivano a contemplare con interezza il dolore che quella bimba poteva aver provato, ma la sola idea li feriva come se in qualche modo fosse successo anche a loro. Solo Bianca abbozzò un sorriso:
"Ora puoi farlo Kausila, ora puoi aiutarlo: il professor Sasso ha bisogno di te. Noi abbiamo bisogno di te!"
Kausila fissò Bianca con quegli occhi grandi: "io non posso aiutarvi, il professor Sasso è morto e dalla morte non si torna indietro. Voi non siete infelici: avete tutto quello che vi serve, e anche tante cose in più che tanti non sanno neanche che esistono; io vorrei tornare a casa insieme alla mia famiglia."
Bianca continuò a sostenere lo sguardo di Kausila, e non si girò a cercare l'approvazione del Primo ministro o di nessun altro, prima di rispondere:
"Hai ragione, Kausila: domani stesso potrai tornare a casa con i tuoi genitori, scusaci se ti abbiamo tenuta lontana da casa più di quanto avresti voluto, ma speravamo veramente che potessi aiutarci riguardo al cappello col..."
"E' buffo!" la interruppe Kausila.
"Cosa?!.."
"Il cappello col tacco.. è buffo. Anche il professore era buffo, ogni tanto. Lui avrebbe saputo portarlo bene quel cappello".
"Dici che gli sarebbe piaciuto?"
"Oh, lo credo bene.. " Kausila ora sorrideva ed era un oceano di bellezza vederla sorridere "lo ha fatto lui, no?"
"Già.. che sciocca" ammise Bianca "lo ha fatto lui... infatti solo lui sa a cosa serve."
"Credo di saperlo anche io..."
"Si?.." Bianca aveva inclinato la testa a sinistra incuriosita dalla novità; "ti dispiacerebbe dircelo?"
"Posso averlo?" chiese Kausila. La teca fu aperta e Bianca prese il cappello e lo porse alla bimba, che lo portò al capo e lo indossò.
"Ecco."
A cominciare dai genitori di Kausila tutti iniziarono a guardarsi gli uni gli altri, forse aspettandosi che succedesse qualcosa di strano nella stanza; anche Bianca scorse con gli occhi la larga panoramica, ma a parte lo sfoggio di ottusità generale non succedeva proprio nulla. Furono ora gli occhi sgranati di Bianca a parlare a quelli di Kausila.
"Non serve a niente, ecco." spiegò Kausila.
"A niente?" esclamò tra gli altri il primo ministro "non può essere!" Bianca lo guardò in tralice, ma Kausila gli rispose direttamente:
"E perché no? Voi cercate di capire a che cosa serve da un anno.. avete trovato qualche spiegazione migliore di 'a niente' ?"
"No, ma.." balbettò il primo ministro, subito interrotto dalla bimba.
"Perché cercate qualcosa che non c'è? Non potreste passare il tempo a cercare qualcosa che c'è?"

Tuesday, September 15, 2015

Biancaneve

Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, viveva una famiglia felice, con un papà re e una mamma buona. Nella famiglia c'era anche una bimba, dalla pelle bianca come la neve, che per questo motivo portava il nome di Biancaneve. Purtroppo, quando Biancaneve non aveva ancora cinque anni, la mamma morì di una brutta malattia, e il papà si risposò con una bellissima donna, che però rivelò d'avere una pessima influenza sul papà ed essere un pericolo, invece che un rifugio, per la piccola Biancaneve. La nuova regina era invidiosa della bellezza, sempre più prominente, della ragazzina, e presto escogitò un piano terribile per farla uccidere.

Ma il guardiacaccia, cui era stato assegnato l'ingrato compito, tenne fede più ai suoi princìpi che alla regina malvagia, e liberò la piccola Biancaneve nel bosco piuttosto che ucciderla. Biancaneve si rifugiò nella casa dei sette nani, e lì visse relativamente tranquilla finché un brutto giorno la regina cattiva, attraverso lo specchio magico, che le parlava dicendole come stavano veramente i fatti, scoprì che Biancaneve era ancora viva. La regina, dedita alla stregoneria, si mascherò da vecchia mendicante e andò a completare da sola il compito che nessun servitore avrebbe mai avuto il coraggio di portare a termine: uccidere Biancaneve, somministrandole una mela avvelenata.

A nulla valsero le raccomandazioni alla prudenza dei sette nani: Biancaneve non poteva sospettare di quella graziosa e gentile vecchina, quindi morse la mela e ne rimase avvelenata. I sette nani caddero in un luttuoso sentimento di disperazione e costruirono per lei una bara trasparente affinché tutti potessero lenire il dolore per la perdita di Biancaneve, ricordando almeno la sua bellezza. Ma un giorno passò nei pressi della tomba di Biancaneve un principe: il principe azzurro. Non aveva mai visto tanta bellezza in alcun essere vivente e ne rimase rapito. Ordinò ai suoi servi di aprire la bara, nonostante i dubbi e le riluttanze dei sette nani, e non resistette alla tentazione di posare un tenero bacio sulle labbra di quella creatura tanto bella.

Stupore e incredulità! Biancaneve sbattè gli occhi come se non fosse stata morta fino a quell'istante, ma solo assopita in un profondo sonno. L'incantesimo di cui tutti ignoravano l'esistenza era stato rotto e la bella Biancaneve era di nuovo in vita: qualcuno pianse di felicità, tutti giubilarono come per un dono inaspetttato, mentre il principe continuava a guardare quella creatura meravigliosa, che ora gli doveva anche la vita stessa, dato che era evidente che il bacio del principe azzurro era la chiave di volta per la fine dell'incantesimo maledetto.


"Oh, Biancaneve, sei bellissima.."
"Grazie, mio salvatore, ti devo la mia stessa vita, te ne sarò per sempre grata. Hai un nome, così che io possa chiamarlo e dichiarare la mia eterna riconoscenza?"
"Un nome.. oh bella.. tutti mi chiamano Principe azzurro, è così che si rivolgono a me, ma di un nome non ricordo d'aver mai udito", rispose il principe sorpreso.
"Daccordo, principe azzurro, allora è così che ti chiamerò, e forse dovrò imparare a chiamarti re azzurro, se un giorno tu erediterai il trono di tuo padre e se avrai la bontà di soddisfare il mio desiderio di essere la tua sposa.."
"Biancaneve - esclamò il principe azzurro sorpreso, ma con un tono tale che non potesse essere sentito dalla folla acclamante attorno al sepolcro aperto - tu già mi sorprendi per la terza volta quest'oggi: sei risorta, mi hai chiesto un nome e ora.. mi proponi di sposarti? Io sono uso a credere che siano i principi e i re a chieder la mano delle loro destinate, e non il contrario.."
"Oh, principe azzurro, devi scusarmi.. io sono sì una principessa, ma ho avuto una vita abbastanza complicata, e non sono tanto avvezza ai protocolli e alle usanze di una corte ufficiale, perché quando ero piccola ne sono stata esclusa.."
Il principe inorridì: "Biancaneve, che hai fatto di male per meritare ciò?"
"Nulla, t'assicuro: la mia matrigna, la sposa di mio padre il re, mi odiava e forse m'odia ancora, perché sono più bella di lei."
Il principe sembrò pensoso. Stette in silenzio per due lunghi minuti, poi profferì:
"Come è mai possibile che una matrigna, una moglie reale, una sposa fedele, addirittura odii la discendenza del proprio marito. Questo non è dato in un mondo che sia degno di rispetto!"
"Oh caro principe azzurro, l'odio non è tutta la storia: ella mandò i suoi fedeli per uccidermi e poi mi uccise lei stessa, con le sue mani e i suoi sortilegi perversi!"
"No, no no! Questo non è possibile! Non finché io sono su questo mondo: una famiglia reale non odia il proprio unico rampollo, i re hanno una responsabilità verso i sudditi e verso il Firmamento tutto! Devono governare secondo giustizia e assicurare prosperità al regno, non terminare la propria stirpe! Io non accetto che questo sia possibile in alcun modo! Che faceva tuo padre mentre questo accadeva? Era lui stesso morto, o si nascondeva come un vigliacco?!"
Biancaneve sembrava ora spaventata, come chi si sveglia per un improvviso brusco rumore.
"Principe, io ero piccola, ma sento che mio padre mi amava, e non lo chiamerei mai vigliacco.. e no, non era morto, ma credo succube d'un sortilegio egli stesso; ho imparato che le cose peggiori possono venire da chi credi d'amare, mentre l'amore spesso ti raggiunge da chi pensi che t'odii.. così fu quando il guardiacaccia mi baciò teneramente e mi chiese di scappare nel bosco, ché la vita mi era stata risparmiata, forse a prezzo della sua stessa vita, quando si sapesse che aveva disatteso gli ordini della regina.."
"Un guardiacaccia, un volgare cortigiano ti ha baciata? Non sono dunque il primo?"
"Principe, non capisci, era un bacio innocente, io ero una bimba, lui stava mettendo la sua vita nelle mie mani (se infatti la regina cattiva avesse saputo che non ero morta, la sua vita sarebbe stata alla mercé), per salvare la sua principessa da morte certa.. eh si che lui sapeva come uccidere: quando mi baciò era sporco del sangue di quella gazzella il cui cuore avrebbe portato come prova fasulla dell'efferato delitto.."
"Biancaneve, la tua storia mi confonde quasi più della tua bellezza.."
"Oh, principe azzurro, mio amato principe azzurro, tutto è così perfetto in te, i tuoi occhi azzurri come il tuo sontuoso vestito, la tua muscolatura forte e la mascella quadrata, come quella degli uomini forti!"
"Biancaneve, io ti sposerò e tu sarai la mia regina, e insieme distruggeremo il regno maligno che ha potuto espiremere tanta cattiveria contro i suoi sudditi e contro la sua stessa principessa".
"Non tutti sono cattivi, mio caro principe azzurro.. non tutti meritano d'essere distrutti: quei sette nani, ad esempio, i loro nomi si che li ricordo bene e mi son cari: Cucciolo, Brontolo, Eolo, Gongolo, Mammolo, Dotto, Pisolo.. ho vissuto con loro per lunghi anni..."
"Nani? Vivevi con loro? I nani son creature minori, errori della natura. Spesso maligni a causa del risentimento che provano verso chi è normale e ancor di più verso chi è bello e potente."
"Principe, che diamine dici? Loro mi hanno ospitato e nascosta per anni: a loro debbo forse gli unici anni felici che ho vissuto fin ora; l'amore che mi davano incondizionatamente era più di quello che avrei mai potuto desiderare; riassettare la loro casa e preparar loro da mangiare era per me una benedizione divina, loro sono stati e sono la mia FAMIGLIA!"
Il principe allontanò inpercettibilmente il viso dal volto di Biancaneve, acuendo l'espressione sperduta che durante il loro dialogo s'era disegnata nei suoi lineamenti regali.
"Dunque tu fai parte della famiglia di questi.. piccoli esseri? Tu hai lavorato per loro? Sei stata serva dei tuoi servi?"
"Oh, principe, se non sapessi che sei principe comincerei a dubitare del tuo intelletto.. non capisci che l'imperfezione fa parte di questo mondo, che l'amore prescinde dai ruoli e dalle convenzioni e che - soprattutto - la Felicità non è una cosa scontata, non viene sempre da dove ci aspettiamo e a volte dobbiamo combattere per averla, e senza certezza di vincerla?"
A quel punto il principe s'irrigidì.
"Essendo il Principe azzurro mi aspetto di non aver problemi a comprendere alcunché; tuttavia non ti seguo appieno. E per dirla tutta, non sono neanche più certo di voler ascoltare queste tue strane teorie. Sei bellissima, Biancaneve, ma ti chiederei di rimaner in silenzio alla mia presenza, così che io non rimanga turbato dalle tue idee.. originali".

Gli occhi di Biancaneve subirono una mutazione: essi esprimevano amore profondo e desiderio coniugale all'inizio di questa sofferta conversazione, ma da qualche minuto parlavano di sofferenza e compassione verso chi stranamente non riusciva a capirla, per poi passare a sorpresa con un retrogusto di sospetto verso un oggetto - inizialmente desiderato - che improvvisamente aveva rivelato come un cattivo odore che lo rendeva in qualche misura, quasi, potenzialmente..  repellente? Era repulsione quella che Biancaneve provava? Qualche perfido incantesimo stava ancora esprimendo l'ennesimo maleficio nei suoi confronti? Stava provando l'istinto di fuggire da chi le aveva - anche se inconsapevolmente - salvato la vita e chi le si stava proponendo come il giusto partito per un matrimonio che s'annunciava felice e prospero?

"Principe, oh principe.. tutto è così perfetto in te. Tutto è così perfetto attorno a te. Qualsiasi cosa non sia perfetta come tu sai che dev'essere, sparisce immediatamente dalla tua realtà. La tua famiglia ti ama e ti ha sempre amato, i tuoi amici sono leali e fidati, i tuoi sudditi son fiduciosi e asserviti, i tuoi nemici hanno intenzioni belligeranti espresse chiaramente e quando ti combattono, lo fanno solo per soccombere senza perdite di rilievo da parte tua, gli eventi stessi della vita non ti pongono troppe difficoltà, ma si limitano a darti occasione per mostrarti valoroso. Io ho paura, mio caro principe, di non essere degna di starti al fianco: io che dimenticata da mio padre ho rischiato di venire uccisa, io che braccata dalla mia stessa mamma ho dovuto condividere la mia regale vita in promisquità con sette uomini sfortunati, io che so essere irriconoscente verso chi mi ridà la vita, io che ho imparato a amare l'imperfezione, oggi so anche scappare dalla perfezione. Non è la perfezione che mi rende come sono, ma l'imperfezione. Non è la fortuna che mi insegna a vivere, ma la sventura. Non è la mia bellezza o l'abilità a tener la testa alta quella per cui tutti ricordano il mio nome con amore, ma la mia voglia di rialzarmi. E ti ringrazio, o principe, perché oggi tu non solo mi hai riportato in vita, ma mi hai anche insegnato una cosa che mi sarà utile in seguito, lo sento: ho paura e voglio fuggire da chi mi vuole cambiare, non importa se vuole semplicemente cambiarmi da viva a morta o se vuole - come te - che io stia zitta per non turbarti con le mie idee originali; il cambiamento, il miglioramento è qualcosa che nasce, se nasce, da dentro sé stessi. I migliori maestri stanno zitti, i migliori disceploli parlano ai propri maestri, che si limitano a rispondere. E tu, povero principe azzurro, che oggi mi hai ridato la vita, non sei per me meno pericoloso di chi ha sempre cercato di togliermela.

Detto questo, Biancaneve si alzò barcollando un po' dalla sua bara, scese i due gradini che la separavano dal prato attorno e, sotto gli occhi impietriti del principe e nel silenzio stupito della piccola folla che avevano intorno, a piedi nudi si incamminò verso la foresta....