C'era una volta una casetta in una città, dove le case non erano mai troppo alte: uno o due piani al massimo. La casetta stava in un quartiere verde, dove le altalene nei giardini sembravano nuove anche se erano lì da parecchi anni. Tutti i pomeriggi, soprattutto nella stagione buona, i bimbi di tutto il quartiere si ritrovavano in quei giardini, e giocavano tra loro spensierati, mentre alcuni dei genitori portavano a spasso i cagnolini o cullavano dolcemente i fratellini più piccoli. C'erano signori e signore di tutte le età, nei giardini; parlavano tra loro e si salutavano affabilmente quando si incontravano e trascorrevano alcune ore assieme, godendosi il tiepido calore del sole pulito di primavera; lì in quei giardini si parlava spesso di cose di tutti i giorni, come della ringhiera al lato della stradina centrale del quartiere, quella sulla quale più o meno tutti si trovavano a poggiar la mano quando la domenica andavano verso il centro, chi per andare a messa, chi per comprare un dolce per festeggiare la festa, il giorno in cui quasi tutti si riposavano. Quella ringhiera aveva proprio bisogno di una riverniciata, eh sì! E il fabbro del quartiere aveva promesso di farlo quanto prima, ma aveva tanto lavoro e tardava un po'.

Si parlava di mestieri, e il fabbro sembrava invidiare un po' la tranquillità mattutina del panettiere; ma il panettiere pensava che il banchiere fosse molto importante perchè doveva guadagnarsi la fiducia di tutti; però tutti pensavano che i due pompieri fossero certamente quelli che più di ogni altro meritassero fiducia, perchè quelle poche volte (per fortuna!) che c'era bisogno di loro, essi dovevano essere precisi e agire con sangue freddo e nervi saldi. Forse avevano tutti ragione, o forse tutti torto, pensava il parroco, che in cuor suo riteneva che lo spazzino avesse le sue stesse responsabilità: già perchè tener pulita la città era un po' come tener pulite le anime dei fedeli. E ai non fedeli? Beh, il giornalista sentiva un po' il peso della responsabilità di informare tutti, fedeli e non, riportando con esattezza i fatti e limitandosi nei commenti, ché tutti in fondo erano capaci di formarsi dei pareri per conto loro, e quindi di commenti non c'era tanto bisogno. Però di notizie, sui giornali, si faceva ben attenzione a riportarne altrettante di buone e di meno buone, anche se così magari si rischiava di vender meno giornali, perchè si sa che la gente si interessa più alle notizie cattive che non alle altre. Eppure, a saperle cercare, le cose buone accadevano, e il giornalista faceva soprattutto attenzione a rendere onore alle buone notizie così come a riportare quelle cattive, perchè alla notte segue sempre il giorno ed è opportuno che tutti si sappia che non c'è solo la sfortuna e il male, ma anche tante belle azioni, tante idee giuste e tante iniziative baciate dalla buona sorte.
La maestra delle scuole elementari e i professori del liceo erano un po' in pensiero, invece; e approfittavano di quelle passeggiate nei giardini per parlare tra loro di come stava crescendo la gioventù del quartiere. Certo era una bella responsabilità quella che avevano da portare avanti: loro - che se esprimevano un giudizio su uno dei loro allievi - quasi certamente il giorno dopo ricevevano la visita di ambedue i genitori, vestiti più elegantemente del solito per rispetto, per chidere consigli e condividere idee su come aiutare il piccolo studente a superare qualche difficoltà. Il medico era un tipo molto simpatico; pensava d'esser diverso dall'idraulico, con cui era grande amico (li si vedeva giocare sempre assieme a carte al bar del centro del quartiere, alla sera); lui riteneva che i corpi fossero in fondo degli impianti, anche se molto complessi. Certo, nei tubi degli impianti che faceva l'idraulico scorreva acqua o gas, ma non la vita. E per quello - ammetteva il medico - lui dedicava meno attenzione dell'idrauilco a quegli "impianti", per poter chiedere ai suoi pazienti tutto quello che c'era da sapere sui loro sentimenti, su come s'erano svegliati quella mattina, su cosa li rendeva felici e cosa li angustiava.
Pochi avevano un televisore. Non serviva averne uno, in realtà: per le notizie bastaavano pochi minuti, e al bar o alla radio - per chi non gradiva leggere il giornale - le notizie arrivavano in abbondanza. Al di fuori delle notizie, la vita fuori all'aperto, o anche al teatro d'inverno, era così ricca e divertente - al punto da far scoppiar la gente i risate sazie, per quanto era divertente! - che nessuno aveva più tanta energia per seguire una trasmissione televisiva, alla fine della giornata. Anche la radio in auto era conosciuta come una vecchia, vecchissima usanza. Infatti l'auto non si usava praticamente mai, peerchè le persone che vivevano nel quartiere erano tuttelì, vicine le une alle altre, proprio per poter arrivare subito dove occorreva, e senza bisogno di sopportare tanto traffico o lunghe attese: che farsene di una radio? Gli autobus elettrici e la bicicletta coprivano le distanze maggiori o quei casi in cui - raramente - occorreva portare qualcosa di pesante da un luogo all'altro. Certo, capitava anche che si facesse un viaggio in auto. Ma di solito si era insieme a amici o alla famiglia in quel caso, e quindi era così bello godere del viaggio insieme che pochi o nessuno pensavano di accedere una radio o un televisore.
I bimbi, la sera, prima di addormentarsi, o anche nel pomeriggio quando faceva buio presto, volevano essere cullati, sia nella fantasia che nell'anima, e c'era quindi un gran lavorio di immaginazione nei genitori, per inventare sempre nuove favole che accendessero la scintilla della curiosità o paventassero la lama della paura, o facessero sgorgare la cascatella dell'amore - amicale o coniugale - nelle menti dei loro piccoli. Per questo era importante per tutti i genitori tener sveglia la propria fantasia, e quindi molti leggevano tanti libri. Ed era così spontaneo e sincero l'applauso del pubblico verso quei cantanti, autori di libri, attori che facevano veramente sognare le loro platee, che cantanti, autori, attori e artisti tutti lo prendevano come l'unica ricompensa che rendesse ancora leggero quel lavoro di creatività che tanto gli costava: non si faceva in tempo a creare un'opera di vera arte, che subito quel pubblico esigente e curioso ne voleva di più. Il sindaco della città vedeva quel quartiere come un padre vede un figlio inesauribile: grande schiavitù perchè richiedeva tante attenzioni, ma anche grande soddisfazione, perchè ogni anno, ad ogni elezione, ad ogni discorso inaugurale, con il loro voto e con i loro applausi, i suoi cittadini gli tributavano l'apprezzamento per il suo lavoro, che tanta fatica gli costava. Certo, a volte quel sindaco pensava che forse sarebbe stato meglio che il giudice del tribunale, anche egli candidato delle scorse elezioni, avesse vinto e avesse preso in carico quel servizio per la comunità; almeno lui si sarebbe potuto riposare, e tornare a fare il suo lavoro di falegname, aiutando il figlio - ancora un po' giovane per prendere la guida della falegnameria di famiglia - e la moglie, che aiutava come poteva. Ma se avevano scelto lui, allora questa responsabilità andava portata avanti con senso di responsabilità, anche nei confronti del giudice, che certamente uno di questi anni avrebbe preso lui la guida del comune. Anzi spesso il sindaco e il giudice si scambiavano opinioni e si accordavano su come portare avanti quei progetti, che per la loro natura, richiedevano molti anni per essere completati, e quindi era ragionevole che uno proseguisse quello che l'altro aveva iniziato.
Erano pochini quelli che controllavano o dicevano ad altri cosa dovevano fare: stranamente c'era un fiorire di mestieri e arti, un egual rispetto per i lavori manuali (l'idraulico, il falegname, il panettiere, il contadino) e per quelli meno immediatamente e visibilmente utili: il banchiere, il contabile, l'informatico; ma non c'era tanto lavoro per poliziotti, consulenti, ispettori. Era come se il lavoro di controllo fosse stato fatto già prima, per cui poliziotti e consulenti spendevano parte del loro tempo di lavoro a capire il perchè accadessero certi fatti che loro dovevano evitare e cosa si muoveva nelle menti di chi sbagliava; essi infatti erano preoccupati di restituire qualcosa alla comunità che pagava loro da vivere, restituendo un servizio anche quando il lavoro di dar la caccia ai banditi e agli evasori scarseggiava. Dunque passavano il loro tempo libero a studiare la natura umana e a contribuire al lavoro degli insegnanti per spiegar loro di quali sensibilità e intelligenze c'era maggior bisogno.
L'espressione del viso più frequente che si vedeva in giro era il sorriso. Non tutti sorridevano sempre, è vero, ma il sorriso era quello che si vedeva più spesso, e nei rari giorni in cui un lutto inaspettato colpiva quel quartiere, l'assenza temporanea di quel sorriso si notava come se il sole avesse dimenticato di spuntare. Il sorriso era figlio della Felicità. La Felicità non originava dall'appagamento di desideri tanto grandi. Perchè pochi avevano desideri che andassero al di là delle persone che amavano. E le persone amate si accontentavano di cose semplici come: passare del bel tempo insieme, avere del cibo preparato con amore, avere un posto dove dormire sicuri, e poter pensare che domani altrettante soddisfazioni sarebbero giunte per loro e per quelli vicini a loro. Non desideravano molto di più: che bisogno ce n'era? Non erano preoccupati di crescere: nè in statura, nè in ricchezza, nè in potere. L'unica cosa che cresceva anche se loro non se ne rendevano sempre conto, era la loro sapienza - perchè insegnavano gli uni gli altri, soprattutto con l'esempio personale - la loro amicizia - perchè erano sempre pronti e divertìti dall'aiutarsi a vicenda, e la loro intelligenza come gruppo cui piaceva stare insieme. E questo li rendeva potentissimi: tanto potenti che con quell'amore che li teneva uniti, avrebbero potuto conquistare il mondo e esplorare pianeti lontani. Ma tanto non gli importava di farlo, perchè non ne sentivano il bisogno.
Potrebbe essere solo una favola, e invece è anche un'idea...